Il santo e teoforo Padre Serafino nacque in Russia,
nella città di Kursk, nel 1759. I genitori erano
mercanti molto pii e devoti alla Deipara (colei che ha
partorito Dio: la Madonna, ndr): la Tuttasanta aveva
infatti guarito miracolosamente il giovane da una grave
malattia.
Adolescente, Serafino, con la benedizione della madre,
lasciò la casa paterna ed entrò nel monastero di Sarov.
Occupandosi dei compiti più faticosi ed umili, progredì
molto nella virtù e nella pratica della preghiera di
Gesù. Trascorsi alcuni anni, si ammalò gravemente.
Tuttavia, non volle alcuna medicina, chiedendo
unicamente la Santa Comunione. Quando gli fu portata,
apparvero in visione la Deipara con i santi Apostoli
Pietro e Giovanni Teologo: essa, indicando il giovane
malato disse loro. "Egli appartiene alla nostra razza!"
Pochi giorni dopo, Serafino guarì.
Passati otto anni di noviziato, fu tonsurato monaco e
successivamente ordinato diacono. Prima di celebrare la
Divina Liturgia, trascorreva molte ore in preghiera e,
pur avendo ricevuto il carisma delle visioni, continuò a
vivere nel silenzio e nell’umiltà. Alla morte del suo
padre spirituale, dopo essere stato ordinato sacerdote,
ottenne il permesso di ritirarsi in solitudine nella
foresta attorno al monastero su di un'altura, da lui
chiamata "Monte Athos". Qui restava per tutta la
settimana, tornando al monastero solo per partecipare
agli uffici liturgici festivi.
Sopportava volentieri i rigori dell'inverno e l'assalto
degli insetti in estate, trascorrendo tutto il tempo in
preghiera, immerso nella sante letture od impegnato in
altre attività gradite a Dio: ogni suo pensiero ed
azione erano compiuti nel ricordo del Signore. Per non
dimenticare le sofferenze patite da Cristo durante la
Passione e per meditare senza sosta gli altri misteri
delle Sacre Scritture, portava legato sulla schiena un
grosso evangelario. Mangiava un pane che riceveva
settimanalmente al monastero e pochi altri vegetali che
crescevano nel suo orto.
Talvolta, non consumava interamente i pasti, offrendone
una parte agli animali selvatici, tra cui un orso, che
si presentavano mansueti al'ingresso della sua capanna.
Le forze del Nemico non potendo tollerare una tale
santità scatenarono una furiosa tempesta di pensieri
impuri che Serafino sconfisse passando mille notti e
mille giorni in piedi o in ginocchio su di una roccia,
ripetendo la preghiera del Pubblicano. Tuttavia, tre
briganti si presentarono alla sua porta e non trovando
niente da rubare, lo colpirono sino a farlo quasi
morire. Per quanto fosse ferito gravemente, il santo
riuscì a raggiungere il monastero dove, di nuovo,
un’apparizione della Deipara lo salvò dalla morte.
Non potendo più camminare se non con un appoggio, rese
il suo soggiorno nella foresta ancora più solitario;
raramente infatti si recava al monastero e se incontrava
qualcuno, non gli rivolgeva alcuna parola se non un
profondo inchino. Alla morte dell’igumeno del monastero
di Sarov, i monaci cominciarono a lamentare l’eccessivo
isolamento del Padre Serafino, tanto che, in santa
obbedienza, fu costretto a ritornare nella sua cella
monastica.
Cominciò per lui il periodo della reclusione. Viveva nel
silenzio più totale, leggendo e commentando, durante la
settimana, tutto il Nuovo Testamento.
Nel 1825, terminata la reclusione per suggerimento della
Tuttasanta, aprì la sua cella inizialmente ai monaci del
monastero e successivamente ai laici che arrivavano
sempre più numerosi per ricevere consigli e parole di
consolazione. Grazie al dono della chiaroveggenza,
sapeva in anticipo le richieste, i dubbi, i peccati non
confessati e poteva così dirigere il pellegrino verso le
vie della salvezza, esercitando, di fatto, la paternità
spirituale. La sua porta restava aperta a tutti sino
alla notte, accogliendo anche le persone più umili con
il saluto della Pasqua: “Mia gioia, Cristo è risorto!”.
Questo saluta sintetizza la sua dottrina spirituale di
uomo che nella sofferenza, nella solitudine, nella prova
del deserto, ha sperimentato la gioia della fede nel
Cristo vincitore della morte e di ogni dolore e
sofferenza, anch’esse forme di morte. Era solito
consigliare: “cerca di avere uno spirito pacifico, e
migliaia intorno a te si salveranno!”, e “l’allegria non
è un peccato, perché scaccia il tedio, e questo genera
depressione e non c’è nulla peggio di questa”.
Chi lo andava a trovare, veniva onorato con un profondo
inchino e, benedicendo i suoi figli spirituali, Serafino
baciava loro paternamente le mani. Non era necessario
raccontargli la propria vita ed i propri problemi,
poiché egli aveva il dono di vedere dentro l’animo di
ciascuno. Un giorno disse ad un monaco: “Se solo tu
sapessi a quale gioia e dolcezza è destinata un’anima in
cielo, riusciresti a sopportare ogni tristezza,
persecuzione e scherno con gratitudine”.
Essendogli stato accordato il dono della profezia,
predisse molti avvenimenti storici, tra i quali la
guerra di Crimea, la carestia e la rivoluzione che
avrebbe sconvolto la Russia e la sua Chiesa nel XX
secolo. Operava molte guarigioni e tutti avevano per lui
la venerazione tributata ad un santo.
L’opera “Colloquio con Motovilov” riportante le memorie
della conversazione tra un giovane e Serafino su temi di
vita cristiana ci ha tramandato per iscritto qualche
pillola della sua spiritualità. Il santo monaco morì
presso il monastero di Sarov il 2 gennaio 1833,
genuflesso di fronte ad una icona della Vergine Maria
poco tempo dopo che la Madonna con il Battista ed il
Crisostomo gli apparvero preannunciandogli la nascita al
Cielo.
Dopo la morte, le apparizioni del santo furono numerose
ma soltanto il 19 luglio 1903 fu decisa la sua
glorificazione tra i santi, alla presenza della famiglia
imperiale, capeggiata dallo zar Nicola II, e
di tutto il popolo russo che si trovava unito
spiritualmente prima di affrontare la grande prova
dell’ateismo bolscevico.
Questo santo compare nel grande mosaico-icona della
cappella Redemptoris Mater fatta realizzare in Vaticano
da papa Giovanni Paolo II, essendo stato ritenuto degno
insieme a San Sergio di Radonez e Santa Elisabetta
Fedorovna di rappresentare la spiritualità ortodossa
russa e di venerazione anche da parte cattolica.