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Il Magistero cattolico

 

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Udienza generale del Mercoledì, 4 novembre 1998

La fede cristiana nella risurrezione della carne ha incontrato sin dagli inizi incomprensioni ed opposizioni. Lo tocca con mano lo stesso apostolo Paolo al momento di annunciare il Vangelo in mezzo all'Areopago di Atene: "Quando sentirono parlare di risurrezione di morti - raccontano gli Atti degli Apostoli - alcuni lo deridevano, altri dissero: 'Ti sentiremo su questo un'altra volta'" (At 17,32).

Tale difficoltà si ripropone anche nel nostro tempo. Da una parte, infatti, anche quando si crede in una qualche forma di sopravvivenza al di là della morte, si reagisce con scetticismo alla verità di fede che rischiara questo supremo interrogativo dell'esistenza alla luce della risurrezione di Gesù Cristo. Dall'altra, non manca chi avverte il fascino di una credenza come quella della reincarnazione, che è radicata nell'humus religioso di alcune culture orientali (cfr Tertio millennio adveniente, 9).

La rivelazione cristiana non si accontenta di un vago sentimento di sopravvivenza, pur apprezzando l'intuizione di immortalità che è espressa nella dottrina di alcuni grandi ricercatori di Dio. Possiamo, inoltre, ammettere che l'idea di una reincarnazione sia suscitata dall'acuto desiderio di immortalità e dalla percezione dell'esistenza umana come "prova" in vista di un fine ultimo, nonché della necessità di una purificazione piena per giungere alla comunione con Dio. La reincarnazione, tuttavia, non garantisce l'identità unica e singolare di ogni creatura umana quale oggetto del personale amore di Dio, né l'integrità dell'essere umano quale "spirito incarnato". Menù

 

Lettera Apostolica Terzo millennio adveniente del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II

Parlando della nascita del Figlio di Dio, san Paolo la situa nella « pienezza del tempo » (cf. Gal 4, 4). Il tempo in realtà si è compiuto per il fatto stesso che Dio, con l'Incarnazione, si è calato dentro la storia dell'uomo. L'eternità è entrata nel tempo: quale « compimento » più grande di questo? Quale altro « compimento » sarebbe possibile? Qualcuno ha pensato a certi cicli cosmici arcani, nei quali la storia dell'universo, e in particolare dell'uomo, costantemente si ripeterebbe. L'uomo sorge dalla terra e alla terra ritorna (cf. Gn 3, 19): questo è il dato di evidenza immediata. Ma nell'uomo vi è un'insopprimibile aspirazione a vivere per sempre. Come pensare ad una sua sopravvivenza al di là della morte? Alcuni hanno immaginato varie forme di reincarnazione: in dipendenza da come egli ha vissuto nel corso dell'esistenza precedente, si troverebbe a sperimentare una nuova esistenza più nobile o più umile, fino a raggiungere la piena purificazione. Questa credenza, molto radicata in alcune religioni orientali, sta ad indicare, tra l'altro, che l'uomo non intende rassegnarsi alla irrevocabilità della morte. È convinto della propria natura essenzialmente spirituale ed immortale.

La rivelazione cristiana esclude la reincarnazione e parla di un compimento che l'uomo è chiamato a realizzare nel corso di un'unica esistenza sulla terra. Questo compimento del proprio destino l'uomo lo raggiunge nel dono sincero di sé, un dono che è reso possibile soltanto nell'incontro con Dio. È in Dio, pertanto, che l'uomo trova la piena realizzazione di sé: questa è la verità rivelata da Cristo. L'uomo compie se stesso in Dio, che gli è venuto incontro mediante l'eterno suo Figlio. Grazie alla venuta di Dio sulla terra, il tempo umano, iniziato nella creazione, ha raggiunto la sua pienezza. « La pienezza del tempo », infatti, è soltanto l'eternità, anzi Colui che è eterno, cioè Dio. Entrare nella « pienezza del tempo » significa dunque raggiungere il termine del tempo ed uscire dai suoi confini, per trovarne il compimento nell'eternità di Dio. Menù

Pontificio Consilio per la Cultura e Pontificio Consilio per il dialogo interreligioso: "Gesù Cristo portatore dell'acqua viva, una riflessione cristiana sul “New Age” 

Dal momento che la buona salute implica un prolungamento della vita, il New Age offre una formula orientale in termini occidentali. In origine la reincarnazione era parte del pensiero ciclico induista, basato sull'atman o nucleo divino della personalità (in seguito il concetto di jiva), che si muoveva da un corpo all'altro in un ciclo di sofferenza (samsara) determinato dalla legge del karma, legata al comportamento nelle vite passate. La speranza era riposta nella possibilità di nascere in una condizione migliore o infine nella liberazione dalla necessità di rinascere. Nella maggior parte delle tradizioni buddiste, invece, ciò che vaga da un corpo all'altro non è un'anima, ma un continuum di consapevolezza. La vita presente è prigioniera di un infinito processo cosmico che non risparmia neanche gli dei. In Occidente, dal tempo di Lessing, la reincarnazione è stata considerata molto più ottimisticamente come un processo di apprendimento e di progressiva realizzazione individuale. Lo spiritismo, la teosofia, l'antroposofia e il New Age considerano la reincarnazione una forma di partecipazione all'evoluzione cosmica. Questo approccio post-cristiano all'escatologia sembra rispondere a interrogativi di teodicea lasciati in sospeso ed elimina la nozione di Inferno. Quando l'anima si separa dal corpo, gli individui possono rivedere tutta la propria vita fin a quel punto, e una volta che l'anima si è unita al suo nuovo corpo vedono in anticipo qualcosa della fase successiva. Le persone hanno accesso alle loro vite precedenti attraverso i sogni e le tecniche di meditazione.

Sia l'unità cosmica sia la reincarnazione sono inconciliabili con la fede cristiana secondo la quale la persona umana è un essere distinto che vive una vita della quale è pienamente responsabile: l' interpretazione che il New Age dà della persona mette in dubbio le idee di responsabilità e di libertà.

Reincarnazione: nel New Age è legata al concetto di evoluzione ascendente fino a diventare divini. Al contrario delle religioni indiane o di quelle da esse derivate, il New Age vede la reincarnazione come progressione dell'anima individuale verso uno stato più perfetto. Ciò che si reincarna è immateriale o spirituale, più precisamente è la coscienza, quella scintilla di energia presente nell'individuo che partecipa all'energia cosmica o « cristica ». La morte non è altro che un passaggio dell'anima da un corpo a un altro. Menù

 

Catechismo della Chiesa Cattolica

1013 La morte è la fine del pellegrinaggio terreno dell'uomo, è la fine del tempo della grazia e della misericordia che Dio gli offre per realizzare la sua vita terrena secondo il disegno divino e per decidere il suo destino ultimo. Quando è « finito l'unico corso della nostra vita terrena »,  noi non ritorneremo più a vivere altre vite terrene. « È stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta » (Eb 9,27). Non c'è « reincarnazione » dopo la morte. Menù

 

C.E.I. La verità vi farà liberi, catechismo degli adulti, , pag 581

La vita terrena è breve e preziosa. Ci è concessa per maturare la scelta di Dio, una scelta definitiva, irreversibile. Si vive e si muore una volta sola e si decide un destino eterno. La reincarnazione, intesa come ripetizione e rimessa in questione dell’esistenza, è inconciliabile col cristianesimo; possono essere accettate solo le attese di sopravvivenza e di purificazione in esse contenute. Ma è la grazia di Dio che ci purifica, senza la necessità di ricominciare da capo.

L’uomo, consapevole dei suoi difetti, può morire ugualmente sereno, confidando che Dio lo purificherà e lo porterà a perfezione in Cristo. Purtroppo l’idea della reincarnazione seduce molti. In occidente essa si presenta come possibilità di progresso spirituale indefinito, mettendo a frutto le esperienze fatte in precedenti esistenze. Questa interpretazione contraddice la dottrina orientale originaria, che considera il ciclo delle rinascite un male, una dura necessità da cui liberarsi. D’altra parte essa appare senza fondamento. Dove sono i ricordi delle precedenti esistenze? Dove sono le esperienze acquisite? Come possiamo servircene, se neppure le ricordiamo? Menù