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L’Ora santa di Gesù: II. “Uno di voi mi tra dirà”

Continuiamo la presentazione dell’Ora santa dettata da Gesù alla mistica cattolica Maria Valtorta. Per una introduzione all’Ora santa rimando al mio primo articolo della serie L’Ora Santa di Gesù.
Durante la lettura dell’Ora santa, consiglio di ascoltare il canto della tradizione liturgica della Chiesa cristiano Ortodossa georgiana დავიღალე, მოდი ჩემთან (transl.: “davighale, modi chemtan”; it: “Sono stanco, vieni a me Signore”). È una lunga litania nella quale, con una melodia che facilita la concentrazione, viene ripetuta una unica strofa: “Sono stanco, vieni a me Signore”.

II. “Uno di voi mi tra dirà”

« ”Uno di voi mi tradirà”[1].

Uno di voi! Sì, nella proporzione di uno a dodici, uno di voi mi tradisce.

Ogni tradimento è più penoso di una lanciata. Guardate l’Umanità del vostro Redentore. Dalla testa ai piedi è tutta una ferita. La flagellazione fa inorridire chi la medita e agonizzare chi

la prova. Ma fu strazio di un’ora. Voi che mi tradite mi flagellate il Cuore. Sono secoli che lo fate.

Io vi ho amato. Io vi amo. Io vi compatisco. Io vi per dono. Io vi lavo, levandomi il Sangue per farvene bagno purificatore. E voi mi tradite.

Sono il Verbo di Dio. Sono glorioso in Cielo. Ma in questo Cielo vi sono non solo come Spirito. Vi sono anche come Carne. La carne ha sentimenti e affetti. Perché volete rinnovare a Me, continuamente, quel corrodente fuoco che è la vicinanza di un traditore? Il Cielo è lontano? No, figli che mi tradite. Io sono vicino a voi. Sono fra voi. E voi mi bruciate con la vampa del vostro tradire.

Guardo, cercando un conforto, fra le diverse classi di persone. Ed in ognuna incontro sguardi e sguardi di traditori. Perché mi tradite? Io sto fra voi per farvi del bene. Perché mi volete fare del male? Io vi porto i miei doni. Perché voi mi gettate contro mordenti aspidi? Io vi chiamo: “Amici”. Perché voi mi rispondete: “Maledetto”? Che vi ho fatto? Quale uomo conoscete che sia paziente e buono più di Me?

Guardate. Quando siete felici nessuno vi abbandona. Ma se piangete, ma se la ricchezza vi abbandona, ma se una malattia vi fa contagiosi, ecco che tutti si allontanano da voi. Io resto. Anzi Io vi accolgo proprio allora, perché allora venite. Non avete più nessuno con cui piangere e parlare, e allora vi ricordate di Me. Ed Io non vi dico: “Va via, ché non ti conosco”. Lo potrei dire perché, infatti, non siete mai venuti a dirmi, mentre eravate ricchi, sani e felici: “Lo sono e te ne dico grazie”.

Ma no. Non pretendo neppure questo da chi non è già gigante d’amore. Il “grazie” non lo pretendo. Mi basterebbe mi diceste: “Sono felice”. Dirmelo. Non considerarmi estraneo a voi. Ricordatevi che ci sono anche Io. Avere un pensiero per questo Gesù. Il “grazie” lo direi Io per voi a Dio: Padre mio e vostro. Invece non venite mai. E potrei dire: “Non vi conosco”. Invece, ecco che vi apro le braccia e dico: “Vieni, ché piangiamo insieme”.

Guardate. Sono nelle carceri, nelle celle piccole e avvilenti, seduto sullo stesso tavolaccio del forzato, e gli parlo di una libertà più vera di quella che è oltre quelle quattro mura, di una libertà che non teme più d’essere lesa da colpe che vanno punite. Eppure quel carcerato è uno che mi ha tradito, offendendo la mia legge d’amore. Forse ha ucciso. Forse ha rubato. Ma ora mi chiama. Eccomi da lui. Il mondo lo sprezza. Io lo amo. Ho chiamato “amico” colui che uccideva Me e mi derubava della vita[2]. Posso chiamare “amico” questo infelice che mi ritorna.

Sono, fiamma d’amore, presso i malati. Le loro febbri conoscono la mia carezza, il loro sudore il mio sudario, i loro languori il mio braccio che li sostiene, le loro angosce la mia parola. Eppure molti sono malati per avermi tradito nella mia legge. Hanno servito la carne. E la carne, pazza belva, si è perduta e li perde, ora, anche nella vita. Pure eccomi che Io sono l’unico che non mi stanco del loro male e veglio con loro, e soffro con loro, e sorrido alle loro speranze e, se appena il Padre lo vuole, le muto in realtà. Ma se vedo che il decreto è di morte, ecco che prendo questo mio fratello, che trema davanti al mistero della morte e che mi chiama, e gli dico: “Non temere. Credi sia tenebra: è luce. Credi sia dolore: è gioia. Dàmmi la tua mano. Conosco la morte. L’ho conosciuta prima di te. So che è un attimo e che Dio soprannaturalmente sovviene ad attutire il sensorio per non accasciare l’anima nella lotta estrema. Fidati. Guarda Me. Me solo… Ecco! Vedi? Hai passato la soglia. Vieni con Me, ora, dal Padre. Non temere neppure ora. Io sono con te. Il Padre ama chi amo”.

Sono nelle case deserte. Prima erano liete di voci. È passata la morte o la miseria. Il superstite si aggira solo. Gli amici, fuggiti. Gli amati, lontani per lavoro o per morte. Vi è il sole nel cielo, ma al superstite tutto è tenebra. Vi è pace nell’aria notturna, ma per il superstite non c’è riposo. Eppure molte volte in quella casa mi si è tradito, facendo delle creature degli dèi. Si è amato idolatramente le creature tradendo la mia legge. Ma Io entro e vengo a mettere un raggio nelle tenebre, a infondere una pace dove è tempesta. Quel superstite mi ha chiamato… Forse soprappensiero… forse senza vera volontà di avermi. Ma Io vado senza ritardo.

Oh! che non chiedo che di esser con voi! Ogni ricordo cade, di passato errore, quando mi chiamate: “Gesù”.

Ma non mi flagellate il Cuore! È già aperto e svenato. Non invelenite la sua ferita. E a quelli che mi hanno capito nel mio dolore di tradito, dico: “Uno di voi mi tradirà. Datemi il vostro amore fedele per balsamo”. E lo dico a tutti. Ai santi, i prediletti miei come Dio. Ai peccatori, i prediletti miei come Gesù. Perché anche i peccatori, per cui divenni Gesù, possono medicarmi questa ferita.

Siete samaritani? Lo so. Ma la mia parabola parla di un samaritano buono che medica le ferite non medicate dai figli della Legge che passano oltre, assorti nella fretta di servire Dio[3]. Non sanno che Dio si serve più amando che facendo pratiche.

Io sono il Ferito languente sulle vostre vie. I predoni mi hanno assalito e spogliato. I predoni: coloro che indegnamente fruiscono del mio sacrificio di Dio che si fa carne. Mi spogliano: negandomi con le loro eresie molteplici i miei attributi. Spogliano la Verità, perché quella veste fa loro gola perché è splendente. Ma non sanno che splende perché è indossata da chi è Sole, e in mano a loro, che la coprono della bava della loro mente superba, diviene straccio qualunque. La Verità è verità, e di questa luce illumina ogni cosa quando è vista unita a Dio. Divisa, diviene linguaggio babelico. Perché la Verità è Scienza e Sapienza. Ma avulsa da Dio diviene caos.

Voi medicatemi, anche se samaritani. Datemi il vostro olio e vino: l’ olio, l’amore; il vino, la contrizione del vostro io. Medicatemi. Non vi sdegno. La peccatrice che ristora i miei piedi stanchi vi parli e dica se Io sprezzo il peccatore[4].

Ma non mi tradite mai più. Andate e non peccate più. Tutto vi perdono se tutto in voi mi ama. Datemi un bacio sincero. La mia guancia brucia per il bacio dei traditori. Medicatela col bacio della fedeltà. »

Continua…

 


Note

[1] Matteo 26,21; Marco 14,18; Luca 22,21-22; Giovanni 13,21.

[2] Matteo 26,50.

[3] Luca 10,29-37-

[4] Luca 7,36-50.

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