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Gesù ammette che si vada in spiaggia in costume?

Il titolo del presente mio articolo è costituito dalla domanda che un giovane lettore mi ha posto al fine di ottenere dalla dott. sa Gloria Polo una risposta. Voleva avere da lei la conferma alla luminosa risposta che, grazie all’innato senso del pudore proprio di ogni essere umano, già si era intuitivamente data nella propria coscienza, ma che ancora non era ferma luce per illuminare i suoi passi. Il suo buon cuore merita una risposta. È necessario, però, premettere che essendo questo argomento di natura sapienziale, la mia risposta potrà essere compresa appieno solo vivendola.

Cosa risponde Gloria Polo

Gloria non ha da dare al giovane una risposta differente da quella che si può facilmente desumere dalla sua testimonianza. In essa Gloria, pur non affrontando direttamente l’oggetto della domanda, racconta comunque del suo modo di vestire provocante. Possiamo assumere tale tematica come introduzione alla mia risposta analitica.

Gloria dunque racconta del suo modo provocante di vestire non solo nel conteso delle sue immature e non pienamente responsabili goliardate adolescenziali[1], ma anche nel contesto della sua maturità[2], che fu il risultato di una graduale fissazione in lei di comportamenti moralmente disordinati, illusoriamente da lei considerati innocenti. Nel suo racconto emerge con evidenza la sua piena responsabilità nell’indurre in peccato molti uomini per la sua indecenza nel vestire, per il fatto che non aveva voluto coltivare la virtù della purezza indicatale dalla sua mamma. Proprio grazie a questa virtù avrebbe conservando l’innato pudore e la conseguente modestia[3].

A scanso di equivoci è giusto specificare che Gloria non è stata una ragazza e poi una donna promiscua in senso stretto, avendo avuto un solo fidanzato con il quale si è poi sposata, ma è cresciuta con l’erronea idea che

«una donna deve saper mettere in mostra le sue parti migliori»[4],

intendendo con tale espressione non certamente le sue virtù, ma il suo seno.

Questo è quanto ha da dire Gloria sull’argomento del vestirsi provocantemente. Ora vediamo se è possibile svestirsi castamente e se Gesù ammette che si vada in spiaggia in costume.

Cosa dice la Bibbia?

Partiamo dal Vangelo. Almeno quattro degli apostoli erano pescatori ed avevano perciò a che fare con l’acqua del lago di Tiberiade. Nella stagione calda indossavano abiti adatti per fare il loro lavoro, cioè una sorta di costume da bagno. Ne troviamo traccia in un racconto delle apparizioni di Gesù risorto in Galilea contenuto nel vangelo di Giovanni (Gv 21,1-25). Al versetto 7b troviamo scritto: «Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito[5], e si gettò in mare».

Al di là del senso simbolico del brano, il senso letterale della pericope citata e di quelle seguenti ci dice che Pietro quando giunse a riva, non venne rimproverato da Gesù perché aveva indossato il “costume”. Ragion per cui è lecito da ciò dedurre che Gesù ammetta almeno per gli uomini l’utilizzo del costume da bagno, cioè un abbigliamento adeguato alla situazione, ma non è altrettanto lecito dedurre che Gesù ammetta qualsiasi tipo di costume, specialmente per le donne. Dobbiamo infatti ricordarci che Gesù nella sua predicazione ha confermato la Legge e i Profeti[6], all’interno dei quali si trova il Decalogo con il sesto e il nono comandamento, e cioè: “non commettere atti impuri” e “non desiderare la donna d’altri”.

«Il sesto comandamento ci ordina di essere casti e modesti negli atti, negli sguardi, nel portamento e nelle parole, mentre il nono comandamento ci ordina di esserlo anche nell’interno, cioè nella mente e nel cuore»[7].

Come possiamo essere fedeli a questi due comandamenti della purezza se frequentiamo spiagge in cui ci si sveste piuttosto che vestirsi modestamente per i bagni? Si illude chi presuppone una propria e altrui indifferenza alla nudità perché la sua forte attrattività è inscritta nella nostra natura umana. Essa, infatti, porta in se le conseguenze del peccato originale dei nostri progenitori, una delle quali è proprio l’aver reso la psiche umana, specialmente quella maschile, sensibilissima alla nudità del sesso opposto[8].

Prima del peccato Adamo ed Eva non si erano nemmeno accorti di essere nudi, ma dopo il peccato originale lo sguardo dell’uomo è stato sconvolto dalla visione del corpo, per cui Dio ha voluto che esso fosse coperto[9].

Dio veste la sua creatura perché l’ama e la rispetta nella sua dignità di creatura personale fatta a sua immagine e somiglianza e la vuole felice in eterno. Satana la spoglia perché la odia e la considera un oggetto da conquistare, utilizzare e poi dannare.

L’apostolo Paolo, instancabile promotore dell’insegnamento di Gesù tra i paesi di cultura ellenistico-romana in un’epoca in cui i costumi erano veramente immorali[10], non temendo di andare contro corrente per amore di Dio e dell’uomo, ammonisce severamente i cristiani di guardarsi dal profanare il proprio corpo:

«Il corpo non è per l’impurità, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo» (1Corinzi 6,13b).

«Questa […] è volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dall’impurità, che ciascuno di voi sappia trattare il proprio corpo con santità e rispetto, senza lasciarsi dominare dalla passione, come i pagani che non conoscono Dio» (1Tessalonicesi 4,3-5).

In entrambi i testi paolini il termine greco porneia (πορνεία) viene tradotto con “impurita” (CEI 2008) o con “impudicizia” (CEI 1974) poiché dal contesto si evince che san Paolo intende parlare in senso più generale delle offese al pudore[11]. Il pudore! È una virtù fondamentale non solo per la cultura cristiana. Il filosofo Platone nel Protagora considera il pudore un dei due pilastri su cui si basa la civiltà. Quando fu creato il mondo ― scrive Platone riportando un mito ― gli esseri umani non erano capaci di vivere insieme. Affinché potessero imparare a farlo gli dèi decisero di dare all’umanità due virtù: la giustizia e appunto il pudore. Con il termine pudore si intende l’attenzione per l’altro, il rispetto dell’intimità del prossimo. Il pudore è anche una forma di protezione dell’essere umano, è la consapevolezza che esiste un segreto nell’essere umano che non può essere ridotto a ciò che lo sguardo percepisce. E questo concerne in modo particolare l’inizio e la fine della vita, la morte e la sessualità. A quest’ultima sfera specifica si riferisce San Paolo nel parlare del pudore, evidenziando che corrisponde alla volontà di Dio che i cristiani stiano molto attenti a non violare il riserbo dovuto a tutto ciò che circonda la sfera sessuale con parole, allusioni e atti o comportamenti quali il vestire in maniera indecente. E per sottolineare la gravità della materia continua scrivendo:

«che nessuno in questo campo offenda o inganni il proprio fratello, perché il Signore punisce tutte queste cose, come vi abbiamo già detto e ribadito. Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste cose non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo santo Spirito» (1Tessalonicesi 4, 6-8).

Cosa dice il Magistero?

A questi chiari e molto espliciti insegnamenti della Sacra Scrittura, va aggiunta la testimonianza ininterrotta del Magistero della Chiesa e dei santi. Nel catechismo della Chiesa Cattolica si legge:

«Il pudore custodisce il mistero delle persone e del loro amore […]. Il pudore è modestia. Ispira la scelta dell’abbigliamento»[12].

La modestia non è quindi animata da una concezione negativa del nostro corpo, ma da quel positivo pudore innato che si ridesta anche in coloro che sono vittime dell’ipersessualizzazione della cultura massmediatica, se anche per poco si allontanano da essa.

La modestia è utile a custodire e comunicare agli altri la nostra dignità personale di creature fatte ad immagine e somiglianza di Dio. Se non custodiamo il nostro corpo, volenti o nolenti saremo molto più facilmente percepiti come oggetti. Ed è proprio questo che Satana persegue, come scrivevo prima. Ragion per cui mentre Dio ci veste, Satana ci spoglia.

Cosa dicono le neuroscienze

Ciò che scrivo non si fonda unicamente sulla morale biblico-cattolica, ma ultimamente ha anche il suo fondamento scientifico in una ricerca condotta nel 2009 da psicologhe dell’Università di Princeton (USA) dirette dalla dottoresa Susan Fiske. Lo studio dimostrerebbe come le donne ritratte in bikini o in atteggiamenti a sfondo sessuale finiscano per essere percepite realmente dagli uomini come “oggetti”.
La ricerca è stata condotta realizzando una serie di risonanze magnetiche al cervello su 21 laureandi eterosessuali volontari, nel momento in cui venivano loro sottoposte svariate immagini di donne variamente vestite per la durata di una frazione di secondo ciascuna. Le risonanze hanno permesso di rilevare che le parti del cervello che entravano in attività durante la visione di immagini di donne in bikini erano quelle generalmente associate alla corteccia premotoria, che si attiva quando si ha la visione di oggetti, quali un martello, un giravite, una casa, una macchina e così via.
La stessa ricerca non solo ha permesso di dimostrare che i primi verbi che passano per la testa agli uomini quando osservano immagini di donne in bikini sono del genere: “Afferrare, maneggiare, spingere”, ma ha fatto emergere un dato ancora più “scioccante”: alcuni uomini durante la visione delle fotografie non mostrarono in alcun modo attività cerebrale nelle aree del cervello che generalmente rispondono quando si ha interazione con delle persone, anche se viste in fotografia. Sono risultate del tutto disattivate le aree del cervello che possiedono un ruolo nell’empatia, nella capacità di comprendere emozioni e desideri delle altre persone. Ciò significa che questi uomini, quando osservano donne in abiti o in atteggiamenti a sfondo sessuale, subiscono cambiamenti nell’attività cerebrale e possono modificare il modo con cui percepiscono la figura femminile, considerandola non più come una persona con cui relazionarsi, ma come un oggetto sul quale agire, con conseguenze che tutti possono vedere nella quotidianità.

E pensare che il bikini, quando venne introdotto negli anni sessanta, avrebbe dovuto dare “potere” alla donna schiava di un senso del pudore che veniva erroneamente percepito come un orpello del passato, uno strumento patogeno di coercizione, una costrizione psicologica che inibiva ― soprattutto alle donne ― la legittimità del desiderio e ostacolava la “autenticità”. L’unico potere ottenuto con l’indossare il bikini è purtroppo stato solo quello di indurre gli uomini a percepire le donne non più come persone, ma come oggetti. Proprio quello che ha sempre voluto Satana e che nessuna donna giustamente si augura.

Conclusioni

A conclusione di questo mio breve saggio vorrei citare un brano tratto dall’opuscoletto “Moda femminile” di don Giuseppe Tomaselli nel quale l’autore mette in bocca a Gesù (se per finzione letteraria o per locuzione interiore non so) le seguenti parole:

«Uno dei luoghi preferiti da Satana è la spiaggia nel periodo estivo. L’abito indecente nella spiaggia è la rovina morale di molte anime. Ma ciò che mi addolora di più è vedere in spiaggia in libero costume delle donne che in casa sogliono pregare e si accostano pure alla Mensa eucaristica. Costoro credono, nella loro cecità, che l’abito indecente sia lecito per il fatto che molte persone lo adoperano: ma il male è sempre male. Satana gode a vedere alla spiaggia le sue serve e già conta di averle con sé nell’Inferno. Io, Creatore, ho dato una Legge Morale che nessuno sulla terra è autorizzato a calpestare. Io chiederò conto ai registi, alle artiste e a coloro che assistono alle loro scene invereconde. Mi rivolgo a voi, anime a me care. Vestite sempre con modestia. Vedendo per via donne mal vestite, pregate per loro, recitate un’Ave, affinché mia madre interceda per loro. Beato chi ascolta la mia parola e la mette in pratica!»

Chi ha dunque piacere di frequentare la spiaggia, faccia che essa possa essere un luogo di riposo e svago e non un luogo di peccato. Oltre a vigilare sul suo cuore e a tenere a bada il proprio sguardo, si vesta modestamente indossando costumi adeguati[13] alla sua dignità di persona umana.

Flaviano Patrizi

 


Note

[1] Cfr. Flaviano Patrizi (a cura di), Sono stata alle porte del cielo e dell’inferno. Nuova testimonianza della dott.sa Gloria Polo, Himmel associazione, 2011, 37: «Ormai morte spiritualmente, a noi compagne della comitiva, ovviamente, non piaceva partecipare alla messa quando a celebrare era un anziano sacerdote. In questi momenti eravamo, infatti, sempre distratte e giocavamo, ma quando l’anziano sacerdote fu sostituito da un giovane prete… allora sí che vi prendevamo parte volentieri! “Quant’è bello!… Che ‘figo’!” dicevamo. Eravamo tutte innamorate di lui e decise a conquistarlo. Io e le mie amiche, mentre programmavamo il piano di azione, ci dicevamo: “Vediamo chi di noi lo conquista”. Sapete cosa escogitammo e attuammo? Ci mettevamo in fila nella processione di comunione, naturalmente senza esserci confessate, súbito dopo le suore del collegio, e ci inginocchiavamo pure nel momento della comunione. Non lo facevamo certamente per devozione, bensí per una ben precisa strategia seduttiva. Ci sbottonavamo la camicetta perché volevamo vedere con chi di noi al giovane prete avrebbe tremato di piú la mano e, chi riusciva nell’intento, sarebbe stata quella che aveva il seno migliore. Pensate che cosa ci aveva condotto a essere il nostro cammino di scoperta della vita: irrispettose, beffarde, menefreghiste e illuse che tutto questo fosse solo un gioco innocente e non un essere completamente utilizzate da Satana».

[2] Cfr. Flaviano Patrizi (a cura di), Sono stata alle porte del cielo e dell’inferno, 46: «Guardando nel Libro della vita compresi che fui adultera senza essermi unita a nessun altro uomo all’infuori di mio marito. Fin da bambina dicevo alla mia mamma: «Quando mi sposerò, se mio marito mi sarà infedele mi vendicherò perché si disgusti di me», per cui ero già adultera visto che lo spirito dell’adulterio già albergava nel mio cuore. Ero adultera quando consigliavo a tante donne di vendicarsi con l’infedeltà all’infedeltà del proprio marito. Che sciocchezza! Non sapevo che se c’è qualcuno piú geloso del nostro o della nostra coniuge è proprio Dio! Io provocai la sua gelosia non solo con i miei cattivi consiglî, ma anche col mio modo di vestire. Quanti uomini indussi a desiderare me, donna sposata e quindi “d’altri”, eccitandoli con le mie scollature?! Quanti uomini strappai alla preghiera?! La Voce meravigliosa mi mostrò che il Demonio utilizzava la mia attitudine alla provocazione estetica e mi disse che sarebbe stato meglio, per questi uomini, se si fossero strappati gli occhî (cfr Mc 9,47). Ero adultera con queste scollature vertiginose e feci peccare molti uomini per ciò che gli mostrai».

[3] Con i termini “pudore” e “modestia” si fa riferimento ad alcuni aspetti particolari della virtù cristiana della purezza, inerenti il rapporto che ciascuno di noi ha con il proprio corpo, il quale è un elemento costitutivo e determinante delle nostre relazioni umane. Il pudore è un atteggiamento volto a custodire e preservare l’intimità della persona e del suo corpo, in tutti i suoi atti; la modestia, invece, si riferisce in particolare al modo (da cui modestia) con cui una persona si veste.

[4] Flaviano Patrizi (a cura di), Sono stata alle porte del cielo e dell’inferno, 61.

[5] «L’osservazione che Pietro si vesta prima di tuffarsi nel lago per nuotare pare a molti studiosi strana, perché gli abiti non aiutano a nuotare. Alcune traduzioni, infatti, rendono l’espressione greca, ton ependytēn diezōsato, non con “si cinse la veste, ma “indossò la veste”, suggerendo così, che Pietro, prima di mettersela addosso, fosse totalmente nudo. Per capire meglio la scena sembra necessario analizzare il vocabolario ivi usato.
Il sostantivo greco ependytēs, similmente come himation, peribolaion, phailonēs, designa genericamente qualsiasi tipo di vestito esterno, come ad esempio “mantello”, e nella traduzione può essere specificato secondo il contesto. Qui si potrebbe trattarsi di una specie di “camiciotto da pescatore”, visto che la scena tratta della pesca.Il verbo greco diazōnnymi, invece, è un verbo composto dalla preposizione greca dia (“per”, “attraverso”) e dal verbo zōnnymi, (“avvolgere, “cingere”), e può significare sia “stringersi intorno” ad esempio al capo o alla vita, che “indossare”, “mettere addosso”. Il verbo composto appare nella Bibbia greca soltanto qui e in Gv 13,4-5, dove Gesù si “cinge” l’asciugamano ai fianchi per lavare i piedi ai discepoli. Il verbo zōnnymi è più frequente nella Bibbia, ma in tutto il Nuovo Testamento si trova di nuovo solo in Giovanni, alla fine dello stesso capitolo 21, nella bocca di Gesù che predica la morte di Pietro: “In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti cingevi (enzōnnyes) da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, un altro ti cingerà (zōsei) e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21,18 [bis]). Una possibile allusione di Gv 21,7 a questi brani del medesimo vangelo può essere significativa dal punto di vista composizionale, e a volte viene interpretata in modo simbolico.In più, bisogna aggiungere che l’aggettivo greco gymnos in Gv 21,7, tradotto qui con “svestito”, non indica necessariamente una nudità totale, ma può significare essere vestito in modo incompleto oppure insufficiente (vedi ad esempio Mt 25,36.38.43; 1Sam 19,24; Is 20,2).Concludendo, la traduzione “si cinse la veste” sembra rendere meglio il senso materiale della scena, in quanto non suggerisce che Pietro fosse totalmente nudo prima di tuffarsi in acqua. Intanto, sembra poco probabile che Pietro affrontasse nudo il freddo di tutta la notte, e specialmente quello del mattino. D’altra parte l’accenno esplicito al fatto che Pietro fosse “svestito”, apre la possibilità di trattare la scena in modo simbolico» (Jacek Oniszczuk, Incontri Con Il Risorto in Giovanni [Gv 30-21], Gregorian & Biblical Press, 2013, 118-119).

[6] «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli» (Matteo 5,17-19).

[7] Catechismo Maggiore, 428.

[8] Cfr. Genesi 3, 6-7: «Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture».

[9] Cfr. Genesi 3,21: «Il Signore Dio fece all’uomo e a sua moglie tuniche di pelli e li vestì».

[10] La storia insegna che l’Impero romano inizia a decadere proprio quando viene messo in discussione un codice morale rigido, ma efficace: il mos maiorum o costume degli antenati. Anche oggi sta accadendo qualcosa di simile, poiché una visione lassista ed edonistica della vita sta prendendo il posto dei valori morali (laici o religiosi che siano ) che hanno guidato l’Occidente per secoli, sia pur tra mille contraddizioni. Oggi siamo abituati ad agire troppo a briglie sciolte, come i Romani di un tempo; ciò è un male, perché quando una società perde i riferimenti etici smarrisce anche la propria identità e diviene facile preda di chi, infinitamente più forte, vuole sottometterla. Gli antichi “barbari” vinsero i romani anche perché avevano, sia pur nella loro rudezza, un chiaro sistema etico che i romani, molto più evoluti per altri aspetti, avevano purtroppo smarrito.

[11] Dal latino “pudere”, che significa “provare vergogna”.

[12] Catechismo della Chiesa Cattolica, 2522.

[13] Per far ciò non è certo necessario indossare il Burkini islamico, il Facekini cinese o la Zanua delle donne ebree ortodosse. Esistono valide alternative create da disegnatrici di moda occidentali sensibili alla modestia nel vestire. Consiglio di fare una ricerca in internet utilizzando nei motori di ricerca le parole chiave “modest swimwear” o “modest suit”.