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Nuova versione del Padre nostro: un’alterazione delle parole di Gesù?

Come tutti sapranno, la Conferenza Episcopale Italiana (C.E.I.) ha sottoposto alla Santa Sede il testo della nuova edizione del Messale Romano per i provvedimenti di competenza, ottenuti i quali andrà in vigore anche la nuova versione del “Padre Nostro” e del “Gloria”.

In particolare, a mutare sarà la formula del Padre nostro “e non indurci in tentazione”, che sarà sostituita da “e non abbandonarci alla tentazione” e nel Gloria si passerà dalla formula “pace in terra agli uomini di buona volontà” a “pace in terra agli uomini amati dal Signore”.

Tralascio in questo mio articolo la preghiera del Gloria e mi focalizzo sul Padre nostro per venire incontro a tutti quei miei fratelli cattolici italiani che temono una manomissione della preghiera insegnata da Gesù. Ricordo previamente che questa nuova versione compare nella nuova traduzione della Bibbia CEI già dal lontano 2008.

Brevissima esegesi del testo

Dunque,  è vero che l’attuale versione del Padre nostro che riporta:

“e non ci indurre in tentazione”

traduce letteralmente la versione latina di san Girolamo:

et ne nos inducas in tentationem

fondata sull’originale greco del vangelo di Matteo 6,13:

καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν” (kai mē eisenenkēs hēmas eis peirasmon).

Bisogna, però, specificare che la versione originale della preghiera non era il greco, ma l’aramaico[1], ed è la seguente:

(w-la’ tan’lan l-nesjuna’).

Ebbene sia la versione greca che quella latina non hanno bene reso il senso permissivo del verbo aramaico”tan’lan” usato da Gesù, che andrebbe tradotto con: “lasciare entrare” e non “fare entrare” o “indurre”.
Per questo la traduzione spagnola da sempre recita:

“no nos dejes caer” (it.: non lasciarci cadere)

e la nuova versione francese entrata in vigore nell’avvento del 2017 propone :

ne nous laisse pas entrer” (it.: non lasciarci entrare).

Per cui,  la nuova traduzione italiana proposta dalla C.E.I. dopo un iter di sedici anni (2012) e non ancora entrata in vigore, pur non essendo perfetta perché l’ottimo è la versione spagnola o francese, cerca semplicemente di:

  • rendere in lingua italiana l’originale aramaico;
  • evitare che molti cattolici sprovveduti interpretino erroneamente il Padre nostro, attribuendo a Dio un’azione a lui totalmente estranea: l’indurci nella tentazione per provarci.

“Dio — infatti — non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male” (Giacomo 1,13).

Commento teologico

Per comprendere correttamente la frase del Padre nostro “non ci indurre in tentazione” dobbiamo partire dalla esatta conoscenza di Dio e di noi stessi: «Dio è amore» (1 Giovanni 4,8;  4,16) e noi umani siamo povere creature decadute dalla perfetta condizione naturale originaria in cui Dio creò i nostri progenitori (Cfr. Genesi 1,26-27). A causa della nostra attuale condizione ci è connaturale una propensione al male (concupiscenza)[2] che Satana, non contento di esserne stato il seducente promotore, sfrutta al fine di condurci alla disperazione in terra e alla dannazione nell’eternità, facendoci odiare Dio, noi stessi e il prossimo. Tentandoci, cioè, a compiere esattamente il contrario della volontà di Dio, che consiste essenzialmente nell’amare Dio sopra ogni cosa e nell’amare il nostro prossimo come noi stessi (cfr. Matteo 22,36-40), muovendoci nell’ambito vitale circoscritto dai dieci comandamenti (Cfr. Matteo 19,16).

Il nostro soffrire le conseguenze del peccato dei nostri progenitori, avere cioè una natura tarata che ci fa sperimentare inevitabilmente il dolore (Cfr. Genesi 3,16-19) sia quando compiamo il male che quando lo riceviamo, è sì un dramma, ma nel contempo è anche segno dell’inconcepibile amore e dell’infinito rispetto che Dio nutre per noi e per la nostra libertà.  Se Dio, infatti, non avesse lasciato che Adamo e la sua discendenza sperimentassero le conseguenze delle loro libere scelte, avrebbe rinnegato il dono della libertà loro concessa, perché si possiede una vera libertà solo quando si realizzano le conseguenze sia temporali che eterne del nostro libero agire.

Dio Padre, in questa «nostra battaglia… contro  i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti» (cfr. Efesini 6,12), vuole essere nostro aiuto, ma, siccome il suo aiuto è vero amore, lo vuole dare nella misura in cui il suo agire non lede la nostra libertà.

Per questo Gesù ci ha insegnato a pregare il Padre chiedendogli di “non indurci in tentazione” o meglio di “non lasciarci cadere nella tentazione”. Con questa preghiera “diamo il permesso” a Dio di intervenire a nostro vantaggio con più efficacia e di concederci i doni che desidera elargirci: discernimento per illuminare la nostra intelligenza e fortezza per irrobustire la nostra volontà nell’amore da compiere[3], che dà pace e gioia insieme a dolore qui in terra, e pace e gioie infinite prive di dolore in paradiso.

Una spiegazione donata da Gesù

Se il mio commento teologico alla frase del Padre nostro risultasse ostica, per la mia incapacità a farmi prossimo a tutti i tipi di intelletto, si sappia che Signore ha sparso doni di sapienza proporzionati a tutti gli intelletti a spiegazione anche di quella frase del Padre nostro oggetto di questo mio articolo: “non ci indurre in tentazione”.

Dice Gesù:

«In tentazione Dio non vi induce. Dio vi tenta con doni di Bene soltanto, e per attirarvi a Sé. Voi, interpretando male le mie parole, credete che esse vogliano dire che Dio vi induca in tentazione per provarvi. No. Il buon Padre che è nei Cieli il male lo permette, ma non lo crea. Egli è il Bene da cui sgorga ogni bene. Ma il Male c’è. Ci fu dal momento in cui Lucifero si aderse contro Dio. Sta a voi fare del Male un Bene, vincendolo e implorando dal Padre le forze per vincerlo.

Ecco cosa chiedete con l’ultima petizione. Che Dio vi dia tanta forza da sapere resistere alla tentazione. Senza il suo aiuto la tentazione vi piegherebbe perché essa è astuta e forte, e voi siete ottusi e deboli. Ma la Luce del Padre vi illumina, ma la Potenza del Padre vi fortifica, ma l’Amore del Padre vi protegge, onde il Male muore e voi ne rimanete liberati»[4].

Il brano appena riportato è uno stralcio di una meditazione sul Padre nostro, con la quale ho composto un pieghevole che pubblicherò a breve, per offrire un utilissimo strumento di evangelizzazione a tutti coloro che desiderano compiere quattro delle sette opere di misericordia spirituale che siamo chiamati a compiere: 1 – Consigliare i dubbiosi 2 – Insegnare agli ignoranti 3 – Ammonire i peccatori 4 – Consolare gli afflitti.

Flaviano Patrizi

 


Note

[1] La lingua aramaica era la lingua parlata da Gesù. La Chiesa ortodossa Siriaca tutt’ora utilizza l’aramaico come lingua liturgica.

[2] La nostra concupiscenza è dovuta a:

  • l’offuscamento della nostra intelligenza primordiale. Non possiamo più vedere Dio faccia a faccia come era prerogativa di Adamo ed Eva nell’Eden prima del peccato originale;
  • l’indebolimento della nostra volontà.

[3] Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica con l’espressione «e non ci indurre in tentazione» imploriamo «lo Spirito di discernimento e di fortezza» (Catechismo della Chiesa Cattolica, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1992,  n 2848.
Per una riflessione integrale su questa domanda del Padre nostro si vedano i numeri 2846-2849 del CCC. Ricordiamo che secondo l’intenzione del suo promulgatore, san Giovanni Paolo II, il testo del Catechismo della Chiesa Cattolica è:«un’ autorevole esposizione dell’unica e perenne fede apostolica, che servirà come “strumento valido e legittimo al servizio della comunione ecclesiale” e come “norma sicura per l’insegnamento della fede”» (GIOVANNI PAOLO II, Lettera apostolica Laetaemur magnopere).

[4] MARIA VALTORTA, I Quaderni del 1943, CEV, Isola del Liri 1985, 202-207.