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I medici devono curare con due scienze: quella medica e quella dell’amore

Tante volte ci si imbatte nella tiepidezza e nell’aridità di cuore di troppi medici, incapaci di trasmettere ai loro pazienti nient’altro all’infuori della loro scienza medica.
Non sono, cioè, capaci di andare oltre i loro “camici”, per così dire,  e non riescono a offrire ai loro pazienti la cura completa di cui hanno veramente bisogno. Quella cura che dovrebbe essere fatta certamente di scienza medica, ma anche di carità, sensibilità, empatia, compassione, ascolto, comprensione e conforto.
«Se conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza… — scriveva san Paolo —, ma non avessi la carità, non sono nulla» (1 Corinzi 13,2) e noi aggiungeremmo: non curerei veramente nessuno.
Noi ammalati non siamo, infatti, solo corpi da curare, ma anche cuori e anime da lenire. Cuori e anime che soffrono molto più del corpo, perché essi, data la loro natura spirituale, sono sensibili a forze spirituali molto più nocive per l’essere umano di qualsiasi malattia fisica. Basti pensare alla devastante azione sull’uomo della solitudine, della tristezza, del senso di abbandono e della disperazione.
Per questo san padre Pio da Pietralcina raccomandava sempre ai medici: «Al letto dell’ammalato portate l’amore», e santa Teresa di Calcutta ripeteva sovente: «Se non do Dio, do troppo poco».
Certo, diranno i medici, loro erano santi… Ma è proprio perché erano santi che andrebbero imitati con tutte le forze! Tanto più che, se anche la scienza medica ufficiale è molto cauta su questo punto, l’esperienza clinica di molti medici riconosce un misterioso valore terapeutico all’amore. Molti hanno sperimentato che la cura amorevole lenisce le ferite spirituali e ha come effetto immediato non solo un aumento di risorse per affrontare la malattia, ma anche una maggiore predisposizione ad accettare un destino inevitabile.

Cari medici, che avete ricevuto il dono del genio scientifico, lasciate che  le parole di un vostro collega santo, san Giuseppe Moscati, siano per voi un monito e una esortazione a sempre meglio operare:

«Iddio che tutto ci ha dato ci domanderà conto del modo come abbiamo speso i suoi doni! Beati noi medici, tanto spesso incapaci di allontanare una malattia, beati noi se ci ricordiamo che oltre i corpi, abbiamo di fronte delle anime immortali, divine, per le quali urge il precetto evangelico di amarle come noi stessi»[1].

Flaviano Patrizi e Monica Capasso

 


Note

[1] BEATRICE IMMEDIATA, San Giuseppe Moscati: un uomo, un medico, un santo, Paoline editoriale Libri, Milano 2008, 141.