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Riflessioni sul Transito di Maria Santissima, sulla sua Assunzione e sulla sua Regalità

Se volete farvi del bene, concedetevi il tempo di leggere queste riflessioni sul transito di Maria Santissima, sulla sua Assunzione e sulla sua Regalità. Sono quanto Gesù e la Vergine Maria stessa hanno voluto comunicarci attraverso la mistica cattolica Maria Valtorta[1] al fine di introdurci nell’intimità di questo mistero e svelarci il suo profondo significato.

Dice Maria:

«Io morii? Sì, se si vuol chiamare morte la separazione della parte eletta dello spirito dal corpo. No, se per morte si intende la separazione dell’anima vivificante dal corpo, la corruzione della materia non più vivificata dall’anima e, prima, la lugubrità del sepolcro e, per prima tra tutte queste cose, lo spasimo della morte.

Come morii, o meglio, come trapassai dalla Terra al Cielo, prima con la parte immortale, poscia con quella peribile? Come era giusto per Colei che non conobbe macchia di colpa.

Quella sera, già s’era iniziato il riposo sabatico, parlavo con Giovanni. Di Gesù. Delle cose sue. L’ora vespertina era piena di pace. Il sabato aveva spento ogni rumore di opere umane. E l’ora spegneva ogni voce d’uomo o di uccello. Soltanto gli ulivi intorno alla casa frusciavano al vento della sera, e sembrava che un volo d’angeli sfiorasse le mura della casetta solitaria.

Parlavamo di Gesù, del Padre, del Regno dei Cieli. Parlare della Carità e del Regno della Carità è accendersi del fuoco vivo, consumare i serrami della materia per liberare lo spirito ai suoi voli mistici. E se il fuoco è contenuto nei limiti che Dio mette per conservare le creature sulla Terra, al suo servizio, vivere ed ardere si può, trovando nell’ardore non consumazione ma completamento di vita. Ma quando Dio toglie i limiti e lascia libertà al Fuoco divino di investire e attirare a Sé lo spirito senza più misura, allora lo spirito, a sua volta rispondendo senza misura all’Amore, si stacca dalla materia e vola là dove l’Amore lo sprona ed invita. Ed è la fine dell’esilio e il ritorno alla Patria.

Quella sera, all’ardore incontenibile, alla vitalità senza misura del mio spirito, si unì un dolce languore, un misterioso senso di allontanamento della materia da quanto la circondava, come se il corpo si addormentasse, stanco, mentre l’intelletto, ancor più vivo nel suo ragionare, si inabissava nei divini splendori. Giovanni, amoroso e prudente testimone di ogni mio atto da quando mi era divenuto figlio d’adozione, secondo il volere del mio Unigenito, dolcemente mi persuase a trovare riposo sul lettuccio e mi vegliò pregando. L’ultimo suono che sentii sulla Terra fu il mormorio delle parole del vergine Giovanni. Mi furono come la ninna-nanna di una madre presso la cuna. E accompagnarono il mio spirito nell’ultima estasi, troppo sublime per esser detta. Me lo accompagnarono sino al Cielo.

Giovanni, unico testimone di questo mistero soave, da solo mi compose, avvolgendomi nel manto bianco, senza mutarmi veste e velo, senza lavacri e imbalsamazioni. Lo spirito di Giovanni […] già sapeva che non mi sarei corrotta, ed istruì l’apostolo sul da farsi. Ed egli, casto, amoroso, prudente verso i misteri di Dio e i compagni lontani, pensò di custodire il segreto e di attendere gli altri servi di Dio, perché mi vedessero ancora e, da quella vista, trarre conforto e aiuto per le pene e le fatiche della loro missione. Attese, come fosse sicuro della loro venuta. Ma diverso era il decreto di Dio. Buono come sempre per il Prediletto. Giusto come sempre per tutti i credenti. Appesantì al primo le palpebre, perché il sonno gli risparmiasse lo strazio di vedersi rapire anche il mio corpo. Donò ai credenti una verità di più che li confortasse a credere nella risurrezione della carne, nel premio di una vita eterna e beata concessa ai giusti, nelle verità più potenti e dolci del Nuovo Testamento: la mia immacolata Concezione, la mia divina Maternità verginale, nella Natura divina e umana del Figlio mio, vero Dio e vero Uomo, nato non per voler carnale ma per sponsale divino e per divino seme deposto nel mio seno; e infine perché credessero che nel Cielo è il mio Cuore di Madre degli uomini, palpitante di trepido amore per tutti, giusti e peccatori, desideroso di avervi tutti seco nella Patria beata, per l’eternità.

Quando dagli angeli fui tratta dalla casetta, già il mio spirito era tornato in me? No. Lo spirito non doveva più ridiscendere sulla Terra. Era, adorante, davanti al trono di Dio. Ma quando la Terra, l’esilio, il tempo e il luogo della separazione dal mio Uno e Trino Signore furono per sempre lasciati, lo spirito mi tornò a splendere al centro dell’anima, traendo la carne dalla sua dormizione, onde è giusto dire che fui assunta in Cielo in anima e corpo, non per capacità mia propria, come avvenne per Gesù, ma per aiuto angelico. Mi destai da quella misteriosa e mistica dormizione, sorsi, volai infine, perché ormai la mia carne aveva conseguito la perfezione dei corpi glorificati. E amai. Amai il mio ritrovato Figlio e mio Signore, Uno e Trino, lo amai come è destino di tutti gli eterni viventi».

Dice Gesù:

«Venuta la sua ultima ora, come un giglio stanco che, dopo aver esalato tutti i suoi profumi, si curva sotto le stelle e chiude il suo calice di candore, Maria, mia Madre, si raccolse sul suo giaciglio e chiuse gli occhi a tutto quanto la circondava per raccogliersi in un’ultima serena contemplazione di Dio.

Curvo sul suo riposo, l’angelo di Maria attendeva trepido che l’urgere dell’estasi separasse quello spirito dalla carne, per il tempo segnato dal decreto di Dio, e lo separasse per sempre dalla Terra, mentre già dai Cieli scendeva il dolce e invitante comando di Dio.

Curvo, a sua volta, su quel misterioso riposo, Giovanni, angelo terreno, vegliava a sua volta la Madre che stava per lasciarlo. E quando la vide spenta vegliò ancora, perché inviolata da sguardi profani e curiosi rimanesse, anche oltre la morte, l’immacolata Sposa e Madre di Dio, che dormiva così placida e bella.

Una tradizione dice che nell’urna di Maria, riaperta da Tommaso, vi furono trovati solo dei fiori. Pura leggenda. Nessun sepolcro inghiottì la salma di Maria, perché non vi fu mai una salma di Maria, secondo il senso umano, dato che Maria non morì come muore chiunque ebbe vita.

Ella si era soltanto, per decreto divino, separata dallo spirito, e con lo stesso, che l’aveva preceduta, si ricongiunse la sua carne santissima. Invertendo le leggi abituali, per le quali l’estasi finisce quando cessa il rapimento, ossia quando lo spirito torna allo stato normale, fu il corpo di Maria che tornò a riunirsi allo spirito, dopo la lunga sosta sul letto funebre.

Tutto è possibile a Dio. Io sono uscito dal Sepolcro senz’altro aiuto che il mio potere. Maria venne a Me, a Dio, al Cielo, senza conoscere il sepolcro col suo orrore di putredine e di lugubrità. È uno dei più fulgidi miracoli di Dio. Non unico, in verità, se si ricordano Enoc ed Elia, che, perché cari al Signore, furono rapiti alla Terra senza conoscere la morte e trasportati altrove, in un luogo noto a Dio solo e ai celesti abitanti dei Cieli[2]. Giusti erano, ma sempre un nulla rispetto a mia Madre, inferiore, in santità, solo a Dio.

Per questo non ci sono reliquie del corpo e del sepolcro di Maria. Perché Maria non ebbe sepolcro, e il suo  corpo fu assunto in Cielo».

Dice Maria:

«Un’estasi fu il concepimento del Figlio mio. Una più grande estasi il darlo alla luce. L’estasi delle estasi il mio transito dalla Terra al Cielo. Soltanto durante la Passione nessuna estasi rese sopportabile l’atroce mio soffrire.

La casa, da dove fui assunta al Cielo, era una delle innumerevoli generosità di Lazzaro per Gesù e la Madre sua. La piccola casa del Getsemani, presso il luogo della sua Ascensione. Inutile cercarne i resti. Nella distruzione di Gerusalemme ad opera dei romani fu devastata e le sue rovine furono disperse nel corso dei secoli».

«Come mi fu estasi la nascita del Figlio e, dal rapimento in Dio, che mi prese in quell’ora, tornai presente a me stessa e alla Terra col mio Bambino fra le braccia, così la mia impropriamente detta “morte” fu un rapimento in Dio.

Fidando nella promessa avuta nello splendore del mattino di Pentecoste, io pensavo che l’avvicinarsi del momento della venuta ultima dell’Amore, per rapirmi con Sé, dovesse manifestarsi con un aumento del fuoco d’amore che sempre m’ardeva. Né feci errore.

Da parte mia, più la vita passava, più aumentava in me il desiderio di fondermi all’eterna Carità. Mi spronava a ciò il desiderio di riunirmi al Figlio mio e la certezza che mai avrei fatto tanto per gli uomini come quando fossi stata, orante e operante per essi, ai piedi del trono di Dio. E con moto sempre più acceso e accelerato, con tutte le forze dell’anima mia, gridavo al Cielo: “Vieni, Signore Gesù! Vieni, eterno Amore!”.

L’Eucarestia, che era per me come una rugiada per un fiore assetato, era, si, vita, ma più il tempo passava e più diveniva insufficiente a soddisfare l’incontenibile ansia del mio cuore. Non mi bastava più ricevere in me la mia divina Creatura e portarla nel mio interno nelle sacre Specie, come l’avevo portata nella mia carne verginale. Tutta me stessa voleva il Dio uno e trino, ma non sotto i veli scelti dal mio Gesù per nascondere l’ineffabile mistero della Fede, ma quale era, è e sarà nel centro del Cielo. Lo stesso mio Figlio, nei suoi trasporti eucaristici, mi ardeva con abbracci di desiderio infinito, e ogni volta che a me veniva, con la potenza del suo amore, quasi svelleva l’anima mia nel primo impeto, poi rimaneva, con tenerezza infinita, chiamandomi “Mamma!”, ed io lo sentivo ansioso di avermi con Sé.

Non desideravo più altro. Neppure il desiderio di tutelare la nascente Chiesa era più in me, negli ultimi tempi del mio vivere mortale. Tutto era annullato nel desiderio di possedere Dio, per la persuasione che avevo di tutto potere quando lo si possiede.

Giungete, o cristiani, a questo totale amore. Tutto quanto è terreno perda valore. Mirate solo Dio. Quando sarete ricchi di questa povertà di desiderio, che è immisurabile ricchezza, Dio si chinerà sul vostro spirito per istruirlo prima, per prenderlo poi, e voi ascenderete con esso al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo, per conoscerli ed amarli per la beata eternità e per possedere le loro ricchezze di grazie per i fratelli. Non si è mai tanto attivi per i fratelli come quando non si è più tra di essi, ma si è luci ricongiunte alla divina Luce.

L’avvicinarsi dell’Amore eterno ebbe il segno che pensavo. Tutto perse luce e colore, voce e presenza sotto il fulgore e la Voce che, scendendo dai Cieli, aperti al mio sguardo spirituale, si abbassavano su me per cogliere l’anima mia. Suol dirsi che io avrei giubilato d’essere assistita, in quell’ora, dal Figlio mio. Ma il mio dolce Gesù era ben presente col Padre quando l’Amore, ossia lo Spirito Santo, terza Persona della Trinità eterna, mi dette il suo terzo bacio nella mia vita, quel bacio così potentemente divino che in esso l’anima mia si esalò, perdendosi nella contemplazione come goccia di rugiada aspirata dal sole nel calice di un giglio.

Ed io ascesi col mio spirito osannante ai piedi dei Tre che avevo sempre adorato. Poi, al giusto momento, come perla in castone di fuoco, aiutata prima, seguita poi dalla teoria degli spiriti angelici venuti ad assistermi nel mio eterno celeste natale, attesa già prima delle soglie dei Cieli dal mio Gesù, e sulle soglie di essi dal mio giusto sposo terreno, dai Re e Patriarchi della mia stirpe, dai primi santi e martiri, entrai Regina, dopo tanto dolore e tanta umiltà di povera ancella di Dio, nel regno del gaudio senza limite. E il Cielo si rinchiuse sulla gioia di avermi, di avere la sua Regina, la cui carne, unica tra tutte le carni mortali, conosceva la glorificazione avanti la risurrezione finale e l’ultimo giudizio».

«La mia umiltà non poteva farmi permettere di pensare che tanta gloria mi fosse riserbata in Cielo. Nel mio pensiero era la quasi certezza che la mia umana carne, fatta santa dall’aver portato Dio, non avrebbe conosciuto la corruzione, poiché Dio è Vita e, quando di Sé stesso satura ed empie una creatura, questa sua azione è come aroma preservatore da corruzione di morte.

Io non soltanto ero rimasta immacolata, non solo ero stata unita a Dio con un casto e fecondo abbraccio, ma m’ero saturata, sin nelle mie più profonde latèbre, delle emanazioni della Divinità nascosta nel mio seno e intenta a velarsi di carni mortali. Ma che la bontà dell’Eterno avesse riserbato alla sua ancella il gaudio di risentire sulle sue membra il tocco della mano del Figlio mio, il suo abbraccio, il suo bacio, e di riudire con le mie orecchie la sua voce, di vedere col mio occhio il suo volto, questo non potevo pensare che mi venisse concesso, né lo desideravo. Mi sarebbe bastato che queste beatitudini venissero concesse al mio spirito, e di ciò sarebbe stato già pieno di felicità beata il mio io.

Ma, a testimonianza del suo primo pensiero creativo a riguardo dell’uomo, da Lui, Creatore, destinato a vivere, trapassando senza morte dal Paradiso terrestre a quello celeste, nel Regno eterno, Dio volle me, Immacolata, in Cielo in anima e corpo. Subito che fosse cessata la mia vita terrena.

Io sono la testimonianza certa di ciò che Dio aveva pensato e voluto per l’uomo: una vita innocente e ignara di colpe, un placido passaggio da questa vita alla Vita eterna, per cui, come uno che passa la soglia di una casa per entrare in un reggia, l’uomo, col suo essere completo, fatto di corpo materiale e di anima spirituale, sarebbe passato dalla Terra al Paradiso, aumentando la perfezione del suo io, a lui data da Dio, con la perfezione completa, e della carne e dello spirito, che era, nel pensiero divino, destinata ad ogni creatura che fosse rimasta fedele a Dio e alla Grazia. Perfezione che sarebbe stata raggiunta nella luce piena che è nei Cieli, e li empie, venendo da Dio, Sole eterno che li illumina.

Davanti ai Patriarchi, Profeti e Santi, davanti agli Angeli e ai Martiri, Dio pose Me, assunta in anima e corpo alla gloria del Cielo, e disse:

“Ecco l’opera perfetta del Creatore. Ecco ciò che Io creai a mia più vera immagine e somiglianza fra tutti i figli dell’uomo, frutto di un capolavoro divino e creativo, meraviglia dell’universo, che vede chiuso in un solo essere il divino nello spirito eterno come Dio e come Lui spirituale, intelligente, libero, santo, e la creatura materiale nella più innocente e santa delle carni, alla quale ogni altro vivente, nei tre regni del creato, è costretto ad inchinarsi. Ecco la testimonianza del mio amore per l’uomo, per il quale volli un organismo perfetto e una beata sorte di eterna vita nel mio Regno. Ecco la testimonianza del mio perdono all’uomo al quale, per la volontà di un Trino Amore, ho concesso riabilitazione e ricreazione agli occhi miei. Questa è la mistica pietra di paragone, questa è l’anello di congiunzione tra l’uomo e Dio, questa è Colei che riporta i tempi ai giorni primi e dà ai miei occhi divini la gioia di contemplare un’Eva quale Io la creai, ed ora fatta ancor più bella e santa, perché Madre del mio Verbo e perché Martire del più gran perdono. Per il suo Cuore immacolato che non conobbe mai macchia alcuna, neanche la più lieve, Io apro i tesori del Cielo, e per il suo Capo che mai conobbe superbia, del mio fulgore faccio un serto e l’incorono, poiché mi è santissima, perché sia vostra Regina”.

Nel Cielo non vi sono lacrime. Ma in luogo del gioioso pianto, che avrebbero avuto gli spiriti se ad essi fosse concesso il pianto – umore che stilla spremuto da un’emozione – vi fu, dopo queste divine parole, uno sfavillare di luci, un trascolorare di splendori in più vividi splendori, un ardere di incendi caritativi in un più ardente fuoco, un insuperabile ed indescrivibile suonare di celesti armonie, alle quali si unì la voce del Figlio mio, in laude a Dio Padre e alla sua Ancella in eterno beata».

Dice Gesù:

«Vi è differenza tra la separazione dell’anima dal corpo per morte vera, e momentanea separazione dello  spirito dal corpo e dall’ anima vivificante per estasi o rapimento contemplativo.

Mentre il distacco dell’anima dal corpo provoca la vera morte, la contemplazione estatica, ossia la temporanea evasione dello spirito fuor dalle barriere dei sensi e della materia, non provoca la morte, questo perché l’anima non si distacca e separa totalmente dal corpo, ma lo fa solo con la sua parte migliore, che si immerge nei fuochi della contemplazione.

Tutti gli uomini, finché sono in vita, hanno in sé l’anima, morta o viva che sia per peccato o per giustizia; ma soltanto i grandi amanti di Dio raggiungono la contemplazione vera.

Questo sta a dimostrare che l’anima, conservante l’esistenza sinché è unita al corpo ― e questa particolarità è in tutti gli uomini uguale ― ha in se stessa una parte più eletta: l’anima dell’anima, o spirito dello spirito, che nei giusti sono fortissimi, mentre in coloro che disamano Dio e la sua Legge, anche solo con la loro tiepidezza e i peccati veniali, si fanno deboli, privando la creatura della capacità di contemplare e conoscere, per quanto lo può fare un’umana creatura, a seconda del grado di perfezione raggiunta, Dio ed i suoi eterni veri.

Più la creatura ama e serve Dio con tutte le sue forze e possibilità, e più la parte più eletta del suo spirito aumenta la sua capacità di conoscere, di contemplare, di penetrare le eterne verità.

L’uomo, dotato d’anima razionale, è una capacità che Dio empie di Sé. Maria, essendo la più santa d’ogni creatura dopo il Cristo, fu una capacità colma ― sino a traboccare sui fratelli in Cristo di tutti i secoli, e per i secoli dei secoli ― di Dio, delle sue grazie, carità e misericordie.

Trapassò sommersa dalle onde dell’amore. Ora, nel Cielo, fatta oceano d’amore, trabocca sui figli a Lei fedeli, e anche sui figli prodighi, le sue onde di carità per la salvezza universale, Lei che è Madre universale di tutti gli uomini».


Note

[1] Maria Valtorta, L’evangelo come mi è stato rivelato, Vol. X, cap. 951, CEV – Isola del Liri, 2000.

[2] Come si narra in: Genesi 5, 24; Siracide 44, 16; 49, 14 (per Enoc); 2 Re 2, 1-13; Siracide 48, 9 (per Elia).