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Padre Michel Rodrigue e i suoi messaggî catastrofici: se e come divulgarli

In questi giorni si stanno viralizzando nelle pàgine dei social in língua italiana, come già avvenne alcuni mesi fa nelle pàgine dei social in lingua francese, inglese e spagnola, le locuzioni e visioni di contenuto spiccatamente catastròfico presuntamente ricevute dal sacerdote canadese padre Michel Rodrigue (vd. immagine di intestazione).  È doverosa una riflessione.

Indice della matèria

La mia breve indagine su padre Michel Rodrigue

Ho cercato di indagare il caso di questo sacerdote del Quebec canadese francòfono. Padre Michel Rodrigue è proprio una mosca bianca: non solo è un sacerdote ― cosa raro per un mistico ― ma è anche un dottore in teologia, professore universitario, rettore di una facoltà teològica, psicòlogo e fondatore di un istituto diocesano di vita consacrata, la Fraternité Apostolique Saint Benoît-Joseph Labre.

Sono giunto alla personale opinione che i suoi messaggî síano umanamente credíbili (con ciò non intendo dire “soprannaturali”), perché, oltre ad essere conformi alla morale e alla fede cattòlica, coincídono con quanto hanno già comunicato altri místici cattòlici. Trovo particolarmente interessante ciò che afferma di papa Francesco e papa Benedetto XVI perché è una sintesi dei messaggi presuntamente ricevuti da due veggenti brasiliani Edson Glauber e Pedro Regis[1]: papa Francesco è uno dei due ulivi/candelabri, cioè uno dei due profeti di Apocalisse 11,4 insieme a papa Benedetto XVI (Edson Glauber,15 maggio 2013[2]), ma è anche un pontefice che sparge confusione (Pedro Regis, 4 aprile 2005); papa Francesco si ravvederà, ma sarà troppo tardi per riparare al danno fatto; subirà il martirio per la fede come papa Benedetto XVI (padre Michel). Il véscovo di padre Michel, mons. Gilles Lemay, ha grande stima di lui, come è dimostrato dagli importanti incàrichi affidàtigli in diòcesi; il vescovo ha voluto, però, informalmente far sapere che non supporta alcuni dei contenuti profètici presenti nei messaggî di padre Michel come:

  • la costruzione di rifugî,
  • l’approvvigionamento di derrate alimentari per tre mesi,
  • la realizzazione di grandi segni nell’ottobre 2020,
  • l’avvertimento,
  • i castighi,
  • la terza guerra mondiale,
  • l’era della pace, ecc.

Crítica alla diffusione indiscriminata dei messaggî catastròfici

Detto ciò, vengo alla questione per me piú importante: ¿Qualora ritenèssimo questi e altri símili messaggî credíbili, dovremmo indiscríminàtaménte divulgarli a tutti , come molti fanno? La risposta dovrebbe èssere òvvia per tutti, ma evidentemente non lo è, e la risposta è: assolutamente no, perché non tutti sono in grado di portarne il peso.

Questa risposta è ispirata all’idea di una necessària gradualità nella comunicazione della Rivelazione e delle rivelazioni, gradualità che tenga conto della maturità cognitivo/spirituale di ciascuno. Se non tenéssimo conto di ciò, la nostra comunicazione sarebbe destinata a fallire inévitabilménte: non solo genereremmo incomprensione nel nostro interlocutore, ma addirittura lo indurremmo al totale rifiuto della nostra comunicazione. Il che signífica, dato che l’oggetto della nostra comunicazione concerne la nostra fede, non solo che il nostro interlocutore non credente o poco credente contínui ad èsser tale, ma che si convinca ancor piú dell’erroneità del nostro crèdere. Dunque, prima di parlare delle catastrofi è necessario che il nostro interlocutore abbia già accettato l’infinito amore di Dio, perché qualcuno gliel’ha già annunciato previamente, altrimenti, fraintenderà il nostro annuncio: invece di comprèndere le catàstrofi preannunciate come un avvertimento di un Dio amorevole, che vuole evitare alla sua amata creatura le conseguenze delle sue azioni contrarie all’amore, attribuirà a Dio quelle catastrofi, e allora: o rifiuterà in toto quanto gli abbiano annunciato, perché mal si concília con l’immàgine seppur confusa di un Dio misericordioso, o misconoscerà l’amore di Dio e si muterà in non credente oppure continuerà ad esser tale. In entrambi i casi non crederà al nostro veritiero annuncio. E se non crederà per colpa nostra, ne avremo responsabilità.

Préndere esémpio da come Gesú ha comunicato la rivelazione

Gesú, mentre era in terra, non ha mai nascosto a nessuno alcuna rivelazione utile alla salvezza eterna, anche quando essa avrebbero letteralmente sconvolto i suoi uditori. Utilizzando, però, il criterio comunicativo sopra descritto, criptava per le folle la sua rivelazione, utilizzando le parabole[3] e, pur spiegando le parabole ai suoi apostoli e discepoli, calibrava la rivelazione sulla loro capacità di comprensione, rispettando i loro soggettivi tempi di metabolizzazione e comprensione del suo annuncio, oltre a mettere le basi per un loro cambiamento culturale, che avrebbe permesso loro di seguirlo. Faceva ciò spronandoli a rinnegare se stessi, il vecchio se stesso con le sue passioni, tendenze, usi, tradizioni, pensieri, per seguirlo col proprio nuovo se stesso (cfr. Mc 8,34-38; Lc 9,23-27). Gli indicava in definitiva la conversione facendo loro capire che:

«nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vècchio, perché il rattoppo porta via qualcosa dal vestito e lo strappo diventa peggiore. Né si versa vino nuovo in otri vecchî, altrimenti si spàccano gli otri e il vino si spande e gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e cosí l’uno e gli altri si consèrvano» ( Mt 9,16-17).

Sono molti gli esempî evangèlici che potrei portare per dimostrare la pedagogia rivelativa di Gesú appena descritta, ma ne riporto solo uno, il piú importante, perché riguarda la rivelazione fatta da Gesú di un fatto sconvolgente: l’annuncio ai suoi apòstoli e discèpoli della sua morte in croce. Nei tre annunci della sua passione, che troviamo nei vangeli sinottici[4], leggiamo che gli apòstoli e i discèpoli all’udire un tale nefasto futuro del loro maestro ne:

«furono molto rattristati» (Mt 17,23);

ma piú ancora che rattristati, furono increduli: la morte di Gesú cozzava con la loro concezione del messia atteso e del suo regno[5]. Rifiutavano perciò questo annuncio, ed allora:

«Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non vòglia, Signore; questo non ti accadrà mai» (Mt 16,22; cfr. Mc 8,32)

e gli apòstoli:

«non capívano queste parole (cioè l’annúncio della passione, ndc) e avévano timore di interrogarlo» (Mc 9,32),  «restàvano per loro cosí misteriose che non ne coglièvano il senso» (Lc 9,45), « quel parlare restava oscuro per loro e non capívano ciò che egli aveva detto » (Lc 18,34).

Gesú, considerato dagli apòstoli e dai discepoli di piú di un profeta, non poteva subire, secondo il loro modo di pensare, la loro stessa sorte di martírio. Quello che era, per esémpio, avvenuto del Battista, cioè il suo martirio, era sí una male, ma aveva esaltato l’uomo, eroico fino alla fine. Se ciò fosse avvenuto al Cristo sarebbe stato uno sminuirlo. Lui era il Verbo di Dio e la mano d’Israele non si sarebbe potuta alzare su di lui. Dio non avrebbe potuto permétterlo, perché sarebbe stato un avvilire per sempre il suo Cristo! Cristo avrebbe potuto subire la persecuzione ma non l’avvilimento perché l’unzione di Dio era su di lui. Chi lo avrebbe piú potuto credere se lo avessero visto in balía degli uomini? Per questo gli apostoli rimanevano increduli all’annuncio della sua passione e pensavano che non lo avrebbero potuto permettere. Se non lo avessero fatto, come avrebbero potuto essere i nuovi ministri del futuro regno messianico di Gesú Cristo. Quell’annuncio di Gesù li metteva quindi in imbarazzo.

Gesú, allora, dopo aver redarguito Pietro dicendogli:

«Va’ dietro a me, Sàtana! Tu mi sei di scàndalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uòmini!» (Mt 16,23; cfr. Mc 8,33)

fa una catechesi agli apòstoli e ai discépoli, dicendo loro:

«Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi ségua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la pròpria vita per càusa mia e del Vangelo, la salverà. Infatti quale vantàggio c’è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la pròpria vita? Che cosa potrebbe dare un uomo in càmbio della pròpria vita? Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella glòria del Padre suo con gli àngeli santi» (Mc 8,34-38).

Gesú índica, dunque, tra le righe l’ostacolo culturale che impedisce loro di accettare il suo annuncio, di conoscere in verità la sua persona senza confonderla con una propria immagine distorta e di seguirlo: il trionfalismo messianico. Gesú è molto rigido su questo punto, non illude nessuno sul destino suo e dei suoi discepoli e opera una profonda azione evangelizzatrice. Non si limita all’annuncio lasciando impietriti i suoi apostoli e discepoli a portare un peso che non erano in grado di sopportare.

Gesú adotta questa sua pedagogia rivelativa fino alla fine della sua vita terrena. Nell’ultima cena, per esempio, pur volendo dire molto di piú di quello che aveva detto fin ad allora ai suoi apostoli, disse:

«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità» (Gv 16,12-13a).

Gesú, dunque, non nascose la verità, operò una profonda azione evangelizzatrice che predispose i suoi apòstoli e discépoli a quel càmbio culturale che rese in loro possíbile l’accoglienza del suo annúncio e rispettò i tempi di maturazione cognitivo/spirituale dei suoi apòstoli e discépoli, anche quando essi erano veramente lenti a comprèndere (cfr. Lc 24,25-27),  attendendo che lo Spirito Santo, qualora fosse stato da loro accolto, avesse completato il suo messaggio (cfr. Gv 16,13; Lc 24,30-31). Cosí, con le dovute proporzioni, dovremmo fare anche noi, calibrando la rivelazione alle capacità di ognuno e pregando poi che essi si àprano all’accoglienza dello Spírito Santo.

Quanto sono andato scrivendo è ribadito dallo stesso Gesú in un messàggio comunicato alla mística cattòlica Costanza Callegari. In questo messàggio Gesú parla delle catàstrofi e della loro eventuale comunicazione al nostro pròssimo. Vi invito a lèggere il messàggio che trovate qui.

Conclusioni

Cerchiamo di avere sempre a mente che non si può èssere annunciatori di rivelazioni private catastròfiche se ancora non si è compreso che il futuro è nelle nostre mani e che abbiamo perciò il potere di modificare gli eventi  con la nostra conversione, l’amore e la preghiera; se non si è compreso che con la conversione, l’amore e la preghiera abbiamo il potere di allontanare ogni calamità, visto che esse sono la conseguenza dei nostri peccati personali o sociali; se non si è compreso che il Signore è dalla parte della nostra felicità eterna e che molte volte, come le nostre azioni dimóstrano, non lo siamo noi altrettanto; se non si è compreso, infine, che il Signore vuole la nostra salvezza eterna molto di piú di quanto la vogliamo noi e ce lo ha dimostrato morendo in croce per noi e facendosi cosí Via, Verità e Vita.

Gesú ci dà la Verità con ciò che ha insegnato: studiamolo! Ci ha spianato la Via col suo sacrificio, ce l’ha tracciata, ce l’ha indica: seguiamola! E la Vita ce l’ha data con la sua morte: ricordiamo, allora, che chiunque risponde alla Sua chiamata e si mette nelle Sue file per cooperare alla redenzione del mondo deve essere pronto a morire per dare agli altri la Vita e non per far morire di paura il pròprio prossimo.

Qualora volèssimo comunicare alle persone rivelazioni private catastròfichei, che pensiamo autentiche, dovremmo previamente aiutarle a credere dunque in Dio e ad abbandonarsi al suo infinito amore provvidente, consigliando loro, magari, una buona lettura útile a tale scopo. Per alcuni saranno piú utili idonei passi biblici che mettono in luce l’amore di Dio, per altri saranno piú utili altre letture spirituali che sono un aiuto a comprèndere il significato della Rivelazione bíblica. Io consíglio spesso di lèggere il libro “Non temete, amate” (vai al libro).

Flaviano Patrizi



Note

[1] Per approfondimento si legga il mio artícolo intitolato: Risposta a “Recensione e osservazione profètiche” di Agnello don Giuseppe.

[2] «I tempi sono difficili per la Chiesa e per il mondo. Ma Dio viene sempre in aiuto di tutti i suoi figli, perché la sua grazia e il suo aiuto divino non mancheranno mai. Questo è il tempo in cui due papi sono vicini uno all’altro e si aiutano reciprocamente: uno nel silenzio, nella preghiera, nell’adorazione offrendo le sue sofferenze per l’altro che deve guidare, parlare, agire e testimoniare gli insegnamenti di mio Figlio Gesù a tutti. Due vite, due fiamme accese per il bene della Chiesa e del mondo. Mio figlio Benedetto XVI vi dà l’esempio di sapere rinunciare, di sacrificarsi e di pregare per il bene della Chiesa e per il Papa attuale, cosa che molti non fanno. Questi sono due testimoni: questi sono i due olivi e due lampade che stanno davanti al Signore della terra. (Apocalisse 11, 4)» (15/05/2013).

[3] Gesù, conformemente alla tecnica retorica rabbinica coeva di cui troviamo un esempio nel Masharim, parlava alle folle in parabole (cfr Mt 13,10-15). Era volutamente criptico per nascondere il vero significato della sua comunicazione. Il fine di questo suo artifízio psicològico, linguístico, narratològico e omilètico era, però, quello di coinvòlgere l’ascoltatore nel tentativo di generare in lui il desidèrio di conóscere e farsi cosí discépolo per ricévere cosí un insegnamento non críptico. Per questo Gesú finiva le sue paràbole dicendo: «Chi ha orecchî, ascolti».

[4] Matteo 16,21-23; 17,22-23; 20,17-19. Marco 8,31-38; 9,30-31; 10,32-34. Luca 9,20-27; 9,43-45; 13,31-35.

[5] Il messia avrebbe liberato Israele dai suoi nemici e avrebbe instaurato un regno terreno.

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