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Omelia: III Doménica di Avvento – Anno C

Letture della messa del giorno

L’èsito di ogni conversione è la giòia. Questo è il messàggio che prevale in ogni lettura di questa Doménica di Avvento; questo è anche il messàggio purtroppo ignorato da molti cristiani o, per lo meno, falsato dall’idea di giòia che ci siamo fatti noi, con le nostre anguste vedute. Il profeta Sofonia ci fa sapere che LA GIÒIA È AVERE DIO COME SIGNORE, colui che rèvoca le condanne a morte di una vita all’insegna dell’orgóglio e disperde tutti i nostri nemici visíbili e soprattutto invisíbili. Questo Dio della giòia, che è un salvatore potente, «ci rinnoverà col suo amore» (Sof 3, v.17), e questo cambiamento interiore che ci farà uòmini e donne nuovi (Udite! Udite!), farà gioire persino Lui. Sí, la prima lettura, che è pure la parte conclusiva del libretto del profeta Sofonia, ci fa sapere: «Il Signore…gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di giòia» (Sof 3, v.17).

Non dovrèbbero stupirci queste parole del profeta, se ricordàssimo che il Vangelo stesso dice: «ci sarà più giòia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» (Lc 15, v.7). Eppure ci stupíscono l’esultanza di Dio, i gridi di giòia di Dio, perché non conosciamo le profondità del suo amore per noi, e dunque il nostro rinnovamento interiore tarda a venire, resta a metà strada, oppure pretende di èssere compiuto una volta per sempre. «Attíngere acqua con giòia alle sorgenti della salvezza» (Cfr Is 12, v.3) è, invece, un fatto che, inaugurato da Gesú e dalla sua vita, non ismetterà mai di dissetarci e saziarci, ogni giorno fino all’eterno giorno. San Pàolo, nella seconda lettura parla di questa giòia come SODDISFAZIONE E PACE. Dice, infatti: «Fratelli, siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti» (Fil 4, v.4). E poco dopo aggiunge: «E la pace di Dio, che súpera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesú» (Fil 4, v.7). LIETO È CHI ESPRIME E VIVE UN SENTIMENTO DI SERENA E GIOIOSA SODDISFAZIONE, PER IL FATTO STESSO DI FARE LA VOLONTÀ DI DIO. Per questo l’Apòstolo delle genti dice “lieti nel Signore”, e non nelle cose, nel lavoro, nella famíglia, nei successi, nel diporto e negli svaghi. Queste cose, infatti, non sono di per sé fonte di giòia o di soddisfazione, quando manca il Signore, ma lo divèntano nel Signore. In ogni circostanza pòssono èsserci delle angústie (e infatti san Pàolo dice: «non angustiàtevi per nulla»), ma nel Signore si è lieti; in Cristo Gesú si ha la pace dei cuori, perché Egli ci ha insegnato a riconóscere la provvidenza di Dio e la presenza di Dio ovunque, persino nelle tribolazioni.

Tutto questo rende IL VANGELO non astratto messàggio di un vago sentimento, ma CONCRETA PROPOSTA DI VITA; ESIGENTE RICHIAMO A NON PERDER TEMPO ad angustiarci per alcún motivo; RISPOSTA DI CHI HA SCELTO DI STARE DALLA PARTE DEL SIGNORE. «Mia forza e mio canto è il Signore» (Is 12, v.2), diceva il Salmista.

E nel Vangelo, gli ascoltatori di Giovanni il Battista, cioè LE FOLLE, I PUBBLICANI E I SOLDATI, CHIÈDONO: «CHE COSA DOBBIAMO FARE?» (Lc 3, v.10).

Ecco, questa domanda contiene tutta la concretezza del Vangelo, ed è una domanda che i cristiani dovrèbbero farsi dopo la lettura e l’ascolto di ogni brano evangèlico, dopo ogni confessione sacramentale, dopo ogni santa messa, ed ogni giorno della loro vita.

La scelta di stare dalla parte del Signore, e dalla parte della giòia che il Signore promette, non si realizza, infatti, se non ci poniamo questa domanda: «Che cosa dobbiamo fare?».

Prima si càmbia mentalità (e questo lo abbiamo capito Doménica scorsa) e poi si scèglie. Tra l’uno e l’altro momento c’è di mezzo questa domanda: «Che cosa dobbiamo fare?». Vediamo come RISPONDE IL BATTISTA ALLE FOLLE, quindi ad ognuno di noi, in qualunque stato di vita si trovi. «Chi ha due túniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, fàccia altrettanto» (Lc 3, v.11). La prima proposta è di inclúdere i bisogni altrui nella mia vita, perché i figlî di Dio non pòssono disinteressarsi di chi sta pèggio di loro. Come notate, questa inclusione non prevede l’oscuramento della nostra fede e di Gesú Cristo (come l’Europa ha tentato di fare recentemente negli augurî natalizî e nei nomi di persona), ma prevede LA CONDIVISIONE DI QUELLO CHE SONO E DI QUELLO CHE HO. Da un punto di vista materiale l’abbondanza di beni necessarî (i vestiti e il cibo); da un punto di vista relazionale la mia disponibilità ad èssere di compagnia, come si suol dire, perché talvolta siamo tutti tentati di isolarci e a chiúderci in noi stessi. Ma se il cristiano sa che è sbagliato, non può adagiarsi nella soddisfazione di avere tutto: il suo slàncio umano e cristiano deve portarlo anche verso gli affamati di amicízie sincere; gli affamati di attenzioni e di conversazioni; gli affamati di Gesú. Le folle che vanno da Giovanni il Battista non sono ancora i seguaci di Gesú, ma egli si preòccupa anche della loro fame spirituale, che non è solo il senso del dovere. Dice, infatti: «viene colui che è piú forte di me, a cui non sono degno di slegare i laccî dei sàndali. Egli vi battezzerà in Ispírito Santo e fuoco» (Lc 3, v.16).

C’è una fame che è fame di Dio, e per questa fame io vi índico Gesú Cristo, sembra dirci il Battista.

POI DA LUI VANNO ANCHE I PUBBLICANI, in cui possiamo raggruppare tutti gli impiegati di Stato, ad eccezione delle forze dell’órdine, e non solamente gli esattori delle imposte. Anche loro chièdono: «“Maestro, che cosa dobbiamo fare?”. Ed egli disse loro: “NON ESIGETE NULLA DI PIÚ DI QUANTO VI È STATO FISSATO”» (Lc 3, v.12). In queste parole c’è UN INVITO ALLA GIUSTÍZIA DI CIÒ CHE SI ESIGE (che siano tasse, competenze, preparazione, servizî e símili). Non si può chièdere cento a chi può darmi dieci; non si pòssono pretèndere doveri, se non sono garantiti i diritti; né mi spèttano i diritti fissati, senza i doveri dovuti.

Infine ARRÍVANO ANCHE I SOLDATI A FARE LA STESSA DOMANDA e a manifestare la loro buona volontà a cambiare vita. In essi mettiamo tutti i corpi di polizia. Ad essi dice il Precursore: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentàtevi delle vostre paghe» (Lc 3, v.14). Si sgombra cosí il perícolo dell’ubriachezza di potere e di avere, in chi deve vigilare sull’órdine e l’onestà dei cittadini. Mi basti lo stipèndio! e, nel Signore, mi guardi dal diventare corrotto e corruttíbile.

Come vedete, fare la volontà di Dio ed èssere lieti nel Signore, non vuol dire conóscere il Padre nostro e l’Ave Maria, ma FARE CONCRETAMENTE DELLA NOSTRA VITA UN DONO PER GLI ALTRI.

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