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La cosa più difficile… e più potente che puoi fare

Introduzione

L’importanza del perdono cristiano: cuore del Vangelo e via di santità

Il perdono è uno dei pilastri fondamentali della fede cristiana. Non si tratta soltanto di un atto morale o di una scelta personale, ma di un vero e proprio comandamento che nasce dall’amore di Dio e trova la sua espressione più alta nella vita e nelle parole di Gesù Cristo. Il perdono, nel cristianesimo, non è debolezza: è forza trasformante, capace di guarire il cuore umano e di ricostruire relazioni spezzate.

Il perdono nel Vangelo

Il perdono nel Vangelo

Il messaggio evangelico è profondamente radicato nel perdono. Gesù stesso insegna ai suoi discepoli a perdonare senza limiti:

“Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette” (Matteo 18,22).

Con queste parole, Gesù invita a superare ogni logica umana di misura e calcolo. Il perdono deve essere continuo, gratuito, radicale, proprio come quello che Dio offre all’umanità.

Ancora più potente è l’esempio che Cristo offre sulla croce:

“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Luca 23,34).

In questo momento estremo, Gesù non solo predica il perdono, ma lo vive fino in fondo, mostrando che l’amore può vincere anche l’odio più violento.

Nel Padre Nostro, la preghiera per eccellenza del cristiano, il perdono occupa un posto centrale:

“Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori” (Matteo 6,12).

Qui emerge una verità profonda: il perdono ricevuto da Dio è strettamente legato alla nostra capacità di perdonare gli altri. Gesù lo ribadisce con forza:

“Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi” (Matteo 6,14).

Il perdono nella vita dei santi

La storia della Chiesa è costellata di uomini e donne che hanno vissuto il perdono in modo eroico, spesso in situazioni estreme.

Sant’Agostino, riflettendo sulla misericordia divina, afferma:

“Nulla rende l’uomo così simile a Dio quanto il perdono.”

Per Agostino, perdonare significa partecipare alla natura stessa di Dio, diventando riflesso della sua misericordia.

Santa Teresa di Lisieux, con la sua spiritualità semplice e profonda, scrive:

“La carità perfetta consiste nel sopportare i difetti degli altri, nel non meravigliarsi delle loro debolezze.”

Nel suo monastero, Teresa imparò a perdonare nelle piccole cose quotidiane, trasformando ogni difficoltà in un atto d’amore.

Testimonianze concrete di perdono

Molti santi hanno offerto testimonianze vive e toccanti di perdono, mostrando che è possibile amare anche nelle situazioni più difficili.

San Giovanni Paolo II

Dopo l’attentato del 1981, San Giovanni Paolo II compì un gesto che fece il giro del mondo: incontrò in carcere il suo attentatore e lo perdonò personalmente. Questo atto dimostrò che il perdono cristiano non è teoria, ma una realtà concreta e possibile, anche di fronte alla violenza più grave.

Santa Maria Goretti

Santa Maria Goretti, una giovane martire italiana, è uno degli esempi più forti di perdono. Prima di morire, dopo essere stata ferita mortalmente, disse:

“Per amore di Gesù, lo perdono… e voglio che venga con me in Paradiso.”

Il suo aggressore, colpito da queste parole, si convertì profondamente. Il perdono di Maria non solo liberò il suo cuore, ma trasformò anche quello di chi le aveva fatto del male.

Santo Stefano, primo martire

Negli Atti degli Apostoli troviamo la figura di Santo Stefano, il primo martire cristiano. Mentre veniva lapidato, pregava:

“Signore, non imputare loro questo peccato” (Atti 7,60).

Queste parole ricordano quelle di Gesù sulla croce e mostrano come il perdono sia stato fin dall’inizio una caratteristica distintiva dei cristiani.

San Francesco d’Assisi

San Francesco visse il perdono come stile di vita. Invitava i suoi frati a non giudicare mai e a rispondere al male con il bene. Diceva:

“Dove è odio, fa’ che io porti amore.”

Per Francesco, perdonare significava diventare strumenti di pace in un mondo ferito.

Santa Faustina Kowalska

Apostola della Divina Misericordia, Santa Faustina ha trasmesso al mondo un messaggio centrale:

“Più grande è il peccatore, più grande è il diritto che ha alla mia misericordia” (Gesù a Faustina, Diario).

Il perdono, secondo questa spiritualità, non ha limiti: Dio non si stanca mai di perdonare, e l’uomo è chiamato a fare lo stesso.

Il perdono come cammino spirituale

Perdonare non è sempre facile. Richiede umiltà, coraggio e spesso un lungo percorso interiore. Non significa dimenticare il male subito o giustificarlo, ma scegliere di non lasciare che esso abbia l’ultima parola.

Il cristianesimo insegna che il perdono è una grazia: nasce dall’incontro con Dio e si alimenta nella preghiera.

Chi perdona:

  • si libera dal peso del rancore;
  • ritrova la pace interiore;
  • costruisce relazioni nuove;
  • diventa testimone credibile del Vangelo.

Al contrario, il rancore e l’odio imprigionano il cuore e impediscono una vera libertà spirituale.

Conclusione

Il perdono cristiano è molto più di un gesto etico: è un atto di fede e di amore che riflette il cuore stesso di Dio. Attraverso le parole del Vangelo e l’esempio luminoso dei santi, comprendiamo che perdonare significa entrare in una logica nuova, quella della misericordia.

In un mondo segnato da conflitti, divisioni e ferite profonde, il perdono rimane una delle testimonianze più potenti della presenza di Dio tra gli uomini. È una via esigente, ma profondamente liberante, capace di trasformare non solo chi lo riceve, ma soprattutto chi lo dona.

Il perdono, in definitiva, è il linguaggio dell’amore cristiano: un amore che non si arrende, che ricomincia sempre, e che apre le porte alla speranza.

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Quando l’anima piange: La tristezza e la depressione nello sguardo dei Santi

Introduzione

Di fronte al dolore interiore, la fede non offre soluzioni magiche, ma una compagnia sicura.
Spesso si pensa che la santità sia riservata a persone immuni dalla sofferenza, sempre gioiose e serene.
La storia della Chiesa, tuttavia, racconta una verità diversa:
molti dei più grandi santi hanno attraversato valli di tristezza profonda, aridità spirituale e quella che oggi chiameremmo depressione. Il loro insegnamento non cancella il dolore, ma offre una mappa per attraversarlo senza perdersi.
Attingendo principalmente dall’Introduzione alla vita devota (Filotea) di San Francesco di Sales, dagli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio di Loyola, dagli scritti di San Giovanni della Croce, Santa Teresa d’Avila e dalle testimonianze moderne come quella di Madre Teresa di Calcutta, possiamo tracciare un percorso di luce nell’oscurità.

Che cos’è la tristezza? Il discernimento di San Francesco di Sales

San Francesco di Sales, dottore della carità e della dolcezza, dedica un’attenzione chirurgica alla tristezza nella Filotea (Parte IV, capp. XI-XII). Il suo monito è celebre:
La tristezza è l’arma di Satana.”
Ma il Santo precisa subito: non tutta la tristezza è negativa. Egli distingue due tipi:
La tristezza secondo Dio: Nasce dal dolore per il peccato commesso. Spinge alla conversione e alla speranza. È santa.
La tristezza del mondo: Nasce dall’amor proprio ferito, dalla delusione o dall’angoscia senza motivo.
Questa “opera la morte” (2 Cor 7,10), perché paralizza l’anima, toglie il gusto della preghiera e apre la porta alla disperazione.
Per Francesco di Sales, il nemico usa la tristezza per scoraggiare i buoni, facendo sembrare la virtù pesante e noiosa, mentre rende il peccato allegro e leggero.
La tristezza negativa “toglie ogni bellezza all’anima e la rende quasi paralizzata”.

La “Notte Oscura” e la Desolazione: non sei abbandonato

Mentre Francesco di Sales parla di tristezza morale, altri mistici affrontano l’aridità spirituale profonda:
Sant’Ignazio di Loyola: Le regole della desolazione
Ignazio definisce la desolazione come “oscurità d’anima, turbamento, mancanza di fede, senza speranza, senza amore”. Il suo consiglio fondamentale è controintuitivo:
Non cambiare decisione: Nella desolazione, non modificare le scelte fatte quando eri in consolazione.
Non agire d’impulso: L’inquietudine offusca il giudizio.
Resistere: Intensificare la preghiera e la pazienza, sapendo che la prova è temporanea.


San Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avila
Entrambi parlano della “Notte Oscura“. Non è una punizione, ma una purificazione. Dio ritira le consolazioni sensibili (il “gusto” nella preghiera) per insegnare all’anima ad amare Lui per Sé stesso, e non per i benefici che ne riceve.
Come scrive Teresa d’Avila: “Dio guarda il desiderio, non il gusto”. Anche se la preghiera sembra asciutta, se c’è la volontà di stare con Dio, la grazia è presente.

La testimonianza di Madre Teresa di Calcutta
Le lettere private di Madre Teresa hanno rivelato al mondo una “notte” durata quasi 50 anni. Scriveva: “Quando cerco di elevare i miei pensieri al Cielo, c’è un vuoto così convincente… che feriscono la mia anima”.
Eppure, non si fermò. La sua vita insegna che la fede non è un sentimento, ma una scelta di amore e servizio anche nel buio più totale.

La “Farmacia Spirituale”: Rimedi concreti dai Santi

I santi non si limitano alla teoria. Offrono strumenti pratici per combattere la tristezza paralizzante. Ecco una sintesi dei rimedi proposti:
🙏 1. La Preghiera, anche breve
Quando mancano le forze per lunghe meditazioni, San Francesco di Sales consiglia invocazioni brevi e fiduciose: “Gesù, sii Gesù per me”, “O Dio di misericordia”. Sant’Ignazio suggerisce di pregare di più proprio quando si ha meno voglia, per contrastare il nemico.
🍞 2. I Sacramenti: Eucaristia e Confessione
La Santa Comunione è definita “farmaco di immortalità”. Anche se ricevuta senza consolazione sensibile, nutre l’anima oggettivamente. La confessione aiuta a liberarsi dal peso della colpa che spesso alimenta la tristezza.
⚔️ 3. Agire contro l’inerzia
La tristezza invita all’isolamento e all’immobilità. I santi consigliano di:
Variare le occupazioni: Dedicarsi a opere esteriori o caritative per distrarre l’animo dal rimuginio.
Compiere atti esterni di fervore: Baciare un crocifisso, alzare le mani, cantare un inno. Il corpo può aiutare lo spirito a risollevarsi.
👥 4. Non isolarsi: la direzione spirituale
“Se hai la possibilità di scoprire l’inquietudine a colui che dirige l’anima tua, certamente non tarderai a tranquillizzarti” (Francesco di Sales). La tristezza vive nell’ombra; portarla alla luce di una guida fidata ne riduce il potere.
🩺 5. Integrazione con la cura medica
Un punto cruciale, sottolineato anche da San Giovanni Paolo II e dalla tradizione recente (es. Santa Dinfna, patrona delle malattie mentali), è che la grazia non esclude la medicina.
La depressione clinica può avere cause biologiche e psicologiche che richiedono l’intervento di specialisti. Come diceva Santa Teresa d’Avila: “Dio ci ha dato le mani per lavorare”. Cercare aiuto medico è un atto di responsabilità e non di mancanza di fede.


La Chiesa offre anche intercessori specifici per chi lotta contro il dolore interiore:
San Francesco di Sales: Per ansia, scrupoli e tristezza spirituale.
Santa Dinfna: Patrona delle malattie mentali e della depressione.
San Giovanni di Dio: Fondatore di ospedali psichiatrici, patrono dei malati di mente.
Madre Teresa di Calcutta: Per chi vive la fede nell’oscurità e nel silenzio di Dio.

Conclusione

Coraggio, la notte non è la fine
Leggere le vite di questi santi ci libera da un falso senso di colpa: la tristezza non è peccato. È parte della condizione umana, e talvolta una via misteriosa attraverso cui Dio purifica e avvicina a Sé.
Il messaggio comune che emerge dalla Filotea, dagli Esercizi Spirituali e dalle lettere di Madre Teresa è uno solo: non sei solo. Anche quando il cielo sembra di bronzo e il cuore di pietra, la presenza di Dio non dipende dai tuoi sentimenti.
Come scrive San Francesco di Sales:
“Mettiti nelle mani di Dio, rassegnato e pronto a soffrire in pace… e abbi per certo che Dio, dopo averti provato, ti libererà.”
La notte oscura non è una tomba, ma un grembo. Da essa, con pazienza, preghiera e gli aiuti opportuni, può nascere un’aurora di pace più profonda di prima.

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“Cercare il Volto del Signore” senso e attualità di una festa dimenticata

Introduzione

Nel cristianesimo il tema del “volto” non appartiene alla sfera del sentimento religioso, ma a quella della rivelazione. Parlare del volto di Cristo significa affermare che Dio, nell’Incarnazione, si è reso realmente conoscibile, assumendo una fisionomia storica e personale. Il volto non è un dettaglio accessorio, ma il segno concreto della presenza del Figlio nel mondo, luogo visibile di una rivelazione che resta trascendente ma non più invisibile.

Fondamenti biblici e tradizionali

La Sacra Scrittura attesta un lungo itinerario teologico che conduce dalla ricerca del volto di Dio alla sua manifestazione definitiva in Gesù Cristo. Nell’Antico Testamento il “volto” designa la presenza viva e salvifica di Dio, desiderata ma non ancora pienamente accessibile. Il salmista esprime questo movimento fondamentale della fede quando proclama:

«Il mio cuore ripete il tuo invito: “Cercate il mio volto!”. Il tuo volto, Signore, io cerco» (Sal 27,8).

Il volto di Dio è qui oggetto di ricerca, promessa di comunione, ma non ancora visione compiuta.

Questa tensione è confermata dal racconto di Esodo 33, dove Mosè chiede di vedere la gloria di Dio, ma riceve come risposta il limite costitutivo della condizione umana:

«Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo» (Es 33,20).

Il volto di Dio rimane segno di una prossimità reale ma velata, che si manifesta come benevolenza e benedizione:

«Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia» (Nm 6,25).

Nel Nuovo Testamento questa attesa trova il suo compimento cristologico. San Paolo afferma in modo decisivo:

«Dio, che disse: “Rifulga la luce dalle tenebre”, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo» (2Cor 4,6).

Il volto di Gesù non è più semplice simbolo, ma luogo reale della rivelazione: in esso si rende visibile la gloria divina. Per questo l’Apostolo può definire Cristo «immagine del Dio invisibile» (Col 1,15), fondando teologicamente la possibilità stessa di una contemplazione del Volto.

Questa rivelazione è confermata dalle parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni:

«Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9).

Non si tratta di una identificazione figurativa, ma personale: nel volto del Figlio si manifesta la relazione eterna con il Padre. La tradizione ecclesiale ha custodito con attenzione questa consapevolezza, evitando di ridurre il Volto a un semplice oggetto iconografico e riconoscendolo invece come segno teologico della Persona di Cristo, reso accessibile dall’Incarnazione e orientato alla fede.

La dimensione riparatrice

Lo sviluppo moderno della devozione al Santo Volto si inserisce nel quadro della spiritualità della riparazione. Il Volto oltraggiato di Cristo diventa simbolo eloquente del rifiuto dell’uomo verso Dio e, al tempo stesso, testimonianza silenziosa della perseveranza dell’amore redentivo. In questa prospettiva, la devozione non introduce novità dottrinali, ma richiama con forza la serietà del peccato e la centralità della Passione nella vita cristiana.

Il riconoscimento liturgico della Chiesa

Con l’istituzione della festa del Santo Volto nel 1958, sotto il pontificato di Pio XII, la Chiesa ha ricondotto questa devozione all’interno dell’alveo liturgico. La collocazione immediatamente precedente alla Quaresima non è casuale: essa orienta il fedele alla contemplazione del Cristo sofferente, preparando il cammino penitenziale con una prospettiva autenticamente cristologica e non emotiva.

Criterio ecclesiale e vigilanza teologica

La festa del Santo Volto non vincola a identificazioni materiali né legittima derive devozionali incontrollate. Essa chiede piuttosto una contemplazione sobria, radicata nella liturgia e nella dottrina della Chiesa. Il Volto di Cristo non è oggetto di curiosità, ma mistero da adorare; non strumento apologetico, ma richiamo alla verità della Redenzione e alla serietà della fede.

Conclusione

La dimensione devozionale del Santo Volto si innesta in modo coerente sul fondamento biblico e dottrinale, senza costituire un livello parallelo o alternativo alla teologia. Nei secoli moderni, essa ha assunto forme concrete soprattutto come risposta spirituale al mistero della Passione, ponendo al centro non l’immagine in quanto tale, ma la Persona di Cristo umiliata e glorificata.

In questo contesto si colloca la devozione promossa da Leone Dupont, che interpretò il Volto di Cristo come appello alla riparazione morale e alla conversione, in continuità con la grande tradizione penitenziale della Chiesa. Tale linea spirituale troverà un ulteriore sviluppo nel XX secolo attraverso l’esperienza di Maria Pierina De Micheli, la cui proposta devozionale fu accolta e regolata dall’autorità ecclesiastica, evitando derive visionarie o sensazionalistiche.

Il riconoscimento liturgico della festa del Santo Volto, voluto dalla Chiesa, ha definitivamente chiarito il criterio interpretativo corretto: la devozione è autentica solo quando resta ordinata alla liturgia, subordinata alla fede della Chiesa e orientata alla contemplazione del mistero redentivo. In tal senso, il Santo Volto non è oggetto di appropriazione privata, ma linguaggio ecclesiale che rimanda al cuore della Passione di Cristo e alla serietà della risposta cristiana.

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San Valentino: vero amore o opportunismo?

Introduzione


In un mondo che spesso riduce San Valentino a una corsa frenetica tra fiori, cioccolatini e cene costose, si nasconde una domanda scomoda: stiamo celebrando l’amore o semplicemente recitando una parte scritta dal mercato?

Un giovane, preoccupato per il portafoglio vuoto, confessa: «Se uno passa San Valentino da solo, poi Cupido scappa per tutto l’anno!». Dietro questa battuta ironica si cela un’ansia diffusa: la paura di non corrispondere a un copione sociale che identifica l’amore con il gesto eclatante, il regalo costoso, l’apparenza perfetta. Ma questa logica nasconde una trappola: confonde il romanticismo effimero con la sostanza dell’amore autentico.

La memoria perduta di un santo coraggioso

Pochi sanno che dietro questa festa non c’è Cupido con il suo arco, ma il volto di un martire. San Valentino fu un sacerdote romano del III secolo che, in un’epoca di persecuzioni, osò celebrare matrimoni tra giovani cristiani quando l’impero li proibiva.
Non scoccava frecce magiche: costruiva ponti tra cuori con il cemento della fede e del coraggio. Fu Papa Gelasio I, verso la fine del V secolo, a istituire ufficialmente la sua memoria liturgica proprio per offrire un’alternativa cristiana alle “Lupercalia“, antiche celebrazioni pagane caratterizzate da rituali licenziosi e privi di quel rispetto per la dignità della persona che il Vangelo esige.
La Chiesa non voleva semplicemente sostituire una festa con un’altra: intendeva trasformare radicalmente la concezione stessa dell’amore di coppia, strappandola dalla sfera dell’istinto per innalzarla a dimensione spirituale.

Quando l’amore va in bancarotta

La crisi delle relazioni odierne — fragilità degli impegni, superficialità degli incontri, solitudine anche in coppia — non è solo un problema sociale: è il sintomo di un vuoto antropologico. Quando non mettiamo Dio nella nostra vita, le nostre relazioni interpersonali e sociali vanno in bancarotta. Quando l’amore viene separato dalla sua fonte trascendente, diventa merce soggetta alle fluttuazioni del desiderio, dell’interesse, dell’emozione passeggera. Senza un orizzonte più alto che ne orienti la direzione, ogni rapporto rischia di trasformarsi in un contratto revocabile al primo segno di difficoltà.

I Tre Pilastri dell’Amore Cristiano

Celebrare degnamente San Valentino oggi significa riscoprire tre virtù spesso dimenticate: giustizia, purezza e coraggio.

La giustizia come “Sì” quotidiano alla Vocazione: la giustizia non intesa solo come uno sforzo di volontà, ma come la risposta continua a una chiamata. Per una coppia, significa trasformare l’emozione passeggera in una scelta spirituale da compiersi, se fidanzati, o da mantenere, se già sposi. È la decisione di edificare una “piccola chiesa domestica” o un progetto di vita solido, dove la stabilità non dipende dall’entusiasmo del momento, ma dalla volontà di custodire il bene dell’altro, riflettendo la fedeltà instancabile di Cristo verso l’umanità.

La purezza come custodia dell’altro: lungi dall’essere solamente l’espressione del divieto enunciato nel sesto comandamento, la purezza è la virtù che permette di vedere l’altro con gli occhi di Dio. Significa riconoscere che la persona amata non ci appartiene, ma è un tempio dello Spirito Santo con una dignità inviolabile. La castità, che si esprime nell’astinenza durante il fidanzamento e nell’esercizio ordinato al bene della coppia e alla procreazione nel coniugio, trasforma il modo di amare: insegna a rifiutare ogni forma di possesso o egoismo per mettersi al servizio della bellezza dell’anima e del corpo dell’altro, riconoscendovi il riflesso di un amore più grande, quello di Dio. È l’amore che si fa accoglienza dell’altro, trasformando l’attrazione in un dono totale, gratuito e rispettoso.

Il coraggio della testimonianza e della fecondità: Il coraggio è l’eredità più preziosa di San Valentino: in un’epoca che idolatra il “monouso” e la gratificazione istantanea, osare di porre le basi per un legame indissolubile o combattere per mantenerlo è un atto profetico. Per i fidanzati e gli sposi, il coraggio significa difendere la stabilità del proprio legame contro la cultura del provvisorio perché questo è il bene della coppia voluto da Dio. La vera libertà non sta nel cambiare rotta a ogni tempesta, ma nel gettare l’ancora in un amore che aspira all’eternità, certi che la grazia divina sostiene ogni passo del cammino comune.

Un San Valentino indimenticabile

Un San Valentino veramente indimenticabile non si misura dal costo del regalo o dalla perfezione della scenografia. Si riconosce dalla profondità dello sguardo con cui ci si incontra, dalla sincerità con cui ci si chiede: «Sto amando come Cristo ha amato?». Non è il giorno in cui si finge di essere galanti per paura della solitudine, ma l’occasione per rinnovare un proposito: vivere ogni rapporto con quella fedeltà che trasforma il tempo in eternità, il gesto quotidiano in sacramento, l’incontro tra due persone in eco dell’incontro con l’Amore stesso.

Conclusione

San Valentino, il santo, non ci invita a comprare di più, ma ad amare meglio: con impegno che non teme la fatica, purezza che rispetta l’altro, coraggio che sfida la cultura dello scarto. E forse, solo allora, Cupido — o meglio, la grazia — non scapperà per tutto l’anno, ma abiterà stabilmente nei cuori che hanno scelto di amare senza condizioni.

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Perché il tuo libretto cattolico è un “piccolo missionario”

Introduzione


In un mondo dove siamo sommersi da notizie che corrono veloci sui cellulari, spesso confuse, inutili, sensazionalistiche o cariche di pessimismo, c’è uno strumento antico eppure modernissimo che Dio ha messo nelle nostre mani: la stampa cattolica.
Molti pensano che diffondere un libro religioso, un foglietto parrocchiale o un giornale cattolico sia un “hobby” per pochi appassionati. In realtà, è una vera e propria missione, un comando che arriva da lontano e che riguarda ognuno di noi.

Un ordine che viene da Dio

Se apriamo la Bibbia, scopriamo che Dio non ha solo parlato, ma ha voluto che le Sue parole fossero scritte. Già nell’Antico Testamento diceva a Mosè e ai profeti:

“Scrivi questo per ricordo nel libro” (Esodo 17,14)

e

“incidilo sopra un documento, perché resti per il futuro” (Isaia 30,8).

Perché scrivere? Perché la voce passa, ma lo scritto resta. La stampa è come un’eco della voce di Dio che sfida il tempo e arriva a chi oggi è lontano. Persino Gesù, nell’Apocalisse, ordina a Giovanni:

“Quello che vedi, scrivilo e mandalo alle sette Chiese”.

La scrittura è il mezzo scelto da Dio per far arrivare la Sua carezza e il Suo ammonimento a tutti i suoi figli.

Un’arma di bene nelle nostre case

I santi hanno capito questa verità molto prima di noi. San Giovanni Bosco, un uomo che sapeva parlare ai giovani e al popolo, diceva chiaramente:

“Bisogna opporre stampa a stampa”.

Don Bosco sapeva che il male usa i giornali per confondere le persone; per questo noi dobbiamo usare la buona stampa per difendere e diffondere la verità.

Egli diceva una cosa bellissima che ci riguarda da vicino:

“Un buon libro entra nelle case dove il sacerdote non può entrare”.

Pensateci: un libro cattolico o una rivista lasciata sul tavolo può essere letta da un figlio che non va più in chiesa, da un vicino curioso o da un malato che cerca conforto. Non si offende se viene messo da parte; resta lì, in attesa, come un piccolo missionario silenzioso.

La “Chiesa” che non ha mura

Anche il Beato Giacomo Alberione, che ha dedicato tutta la vita a questo, ci ha insegnato che la macchina da stampa e la libreria sono come un nuovo “pulpito”. Non si tratta di fare commercio, ma di predicare. Per lui, diffondere la Parola attraverso la carta stampata è come dare Dio alle anime.

E non dimentichiamo il coraggio di San Massimiliano Kolbe. In un’epoca di grandi errori, lui fondò una vera “Città dell’Immacolata” con rotative giganti. Diceva:

“Se non usiamo la stampa per il bene, saremo dei traditori della causa di Dio”.

Per lui, ogni copia di una rivista cattolica era un soldato di Maria inviato a portare luce nelle tenebre.

Cosa possiamo fare noi oggi?

Oggi siamo chiamati a non lasciare il campo libero a chi diffonde solo valori contrari al Vangelo. La stampa cattolica ha bisogno di “gambe”: le nostre.

Fare apostolato di stampa è semplice:

  1. Leggere per formarsi: non si può donare ciò che non si ha.
  2. Sostenere e diffondere: sostenere l’apostolato di stampa, regalare un libro, un opuscolo, un pieghevole che ci ha fatto bene o lasciarlo in una sala d’attesa.
  3. Condividere la Verità: In un’epoca di sovrabbondanza di informazione inutile e fuorviante dalle verità ultime che danno senso a tutta l’esistenza terrena, la stampa cattolica ci aiuta a guardare il mondo con gli occhi di Dio.

Conclusione

Come diceva il Concilio Vaticano II, è necessario che esista una stampa che informi e giudichi gli avvenimenti con “spirito cattolico”. Non è solo carta: è un pezzetto di cielo che entra nelle case degli uomini.

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Ciò che i Padri della Chiesa e sant’Alfonso Maria de’ Liguori hanno detto sull’abuso della Divina Misericordia

Introduzione

La Sacra Scrittura e la Tradizione della Chiesa insegnano con chiarezza che Dio è infinitamente misericordioso, ma anche infinitamente giusto. Quando la misericordia viene separata dalla conversione e dal timore di Dio, essa viene trasformata in una falsa sicurezza che conduce l’uomo alla rovina. Questo pericolo è stato denunciato con forza da Sant’Agostino, San Giovanni Crisostomo e, in epoca più recente, da Sant’Alfonso Maria de’ Liguori.

Sant’Agostino: la speranza che diventa presunzione

Sant’Agostino affronta il tema della praesumptio, ovvero la falsa speranza che induce a peccare confidando nel perdono futuro. Nel suo celebre Sermone 351, mette in guardia chi rimanda la penitenza:

“Non dire: la misericordia di Dio è grande, egli perdonerà la moltitudine dei miei peccati. […] Perché la sua misericordia e la sua ira sono vicine, e la sua collera si riversa sui peccatori.”
(Sermo 351, 5, 12; PL 39, 1542)

Egli ribadisce che la misericordia è un rifugio per chi fugge dal peccato, non un’autorizzazione a commetterlo:

“Guai a chi spera nella misericordia per peccare.”
(Enarrationes in Psalmos, Salmo 50, 14)

Infine, nel Sermone 87, pronuncia una delle sue massime più famose sul tempo della conversione:

“Dio ha promesso il perdono a chi si pente; non ha promesso il domani a chi pecca.”(Sermo 87, 11, 14)

San Giovanni Crisostomo: l’inganno della falsa pietà

San Giovanni Crisostomo, nelle sue omelie, sottolinea come l’idea di una misericordia che “scusa” il peccatore impenitente non venga da Dio, ma sia una strategia del male per rendere l’uomo audace nel vizio.

Nella sua Omelia 22 sul Vangelo di Matteo, spiega:

“Il diavolo ci promette la misericordia di Dio per farci peccare, e dopo il peccato ci mostra la sua giustizia per farci disperare” (In Matthaeum, Hom. 22, 1).

Inoltre, parlando della giustizia divina nelle Omelie ad populum Antiochenum, precisa che non si può guardare a un solo attributo di Dio ignorando l’altro:

“Non dire: Dio è buono, dunque non punirà. È buono, certo, ma è anche giusto; se non punisse, non sarebbe più giudice” (De Statuis ad populum Antiochenum, Hom. 3, 3).

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori: la sintesi pastorale

Sant’Alfonso raccoglie l’eredità dei Padri e la organizza in un sistema ascetico di rara efficacia, specialmente nella sua opera più diffusa, le Massime Eterne.

“Dice il peccatore: ‘Dio è di misericordia’. Rispondo: ‘Chi lo nega?’. Ma con tutto che Dio è misericordioso, quanti ogni giorno ne manda all’inferno! Dio è misericordioso, ma è ancora giusto” (Le Massime Eterne, Cap. VIII, 1).

Nel trattato Apparecchio alla morte, egli chiarisce che l’abuso della grazia è il peccato che più allontana dalla salvezza:

“Chi pecca confidando nella misericordia di Dio abusa della misericordia stessa, e chi offende la giustizia può ricorrere alla misericordia, ma chi offende la misericordia, a chi ricorrerà?” (Apparecchio alla morte, Considerazione XVIII, 2).

Conclusione: L’ordine corretto della vita spirituale

L’insegnamento dei tre santi definisce un “ordine del tempo” fondamentale per il cristiano:

  1. Prima del peccato: deve regnare il timore della giustizia, per evitare la caduta.
  2. Dopo il peccato: deve regnare la speranza nella misericordia, per ottenere il perdono.

Come conclude Sant’Alfonso citando implicitamente Agostino: la misericordia è promessa a chi teme Dio, non a chi si serve di essa per disprezzarLo.

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Il valore della vita e la cultura dello scarto

La sfida del nostro tempo

Negli ultimi decenni il Magistero della Chiesa ha rivolto un’attenzione crescente al tema del valore della vita umana e alla denuncia di quelle dinamiche sociali che riducono la persona a strumento, merce, numero. Papa Francesco, nella Evangelii Gaudium (Esortazione apostolica, 24 novembre 2013), parla apertamente di “cultura dello scarto”, una mentalità che emargina i più fragili e considera inutili coloro che non rientrano nei criteri di efficienza del mondo contemporaneo.

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La fede nell’epoca dell’indignazione

Viviamo in un tempo in cui l’indignazione è diventata un linguaggio universale. Ogni giorno, tra social network, notizie in tempo reale e discussioni pubbliche accese, siamo immersi in un flusso costante di stimoli emotivi che richiedono una presa di posizione immediata. Tutto sembra urgente, tutto sollecita un giudizio, tutto invita a reagire.

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Le emozioni che feriscono l’anima e invecchiano il cervello

Esistono emozioni capaci di consumare lentamente il cervello, facendolo invecchiare più di quanto non farebbe il semplice scorrere del tempo. Si insinuano dentro di noi senza rumore e non solo si posano sull’anima come una polvere sottile che ne altera la limpidezza, ma lasciano nel cervello un’impronta biologica1. Quando un’emozione negativa resta attiva troppo a lungo, il corpo entra in modalità allerta e rilascia cortisolo, l’ormone dello stress, che danneggia i neuroni e compromette memoria, concentrazione e apprendimento.

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Come Gesú vuole che viviamo i giorni ímmediataménte precedenti la Quarésima

«Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano» (Mt 7,13).

Molti! Come molti sono coloro che il giovedí grasso, iniziano i sei giorni di festeggiamenti dell’insulsa ricorrenza del Carnevale, che si conclude con un altro giorno detto anch’esso grasso, il martedì, vigilia della Quaresima.

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Il rapporto tra ètica e política e gli òttimi containers valoriali dei sanniti

Il rapporto tra ètica e política è fondamentale. Il problema è antico ed anche tra noi ce lo trasciniamo ormai da molti anni. Sono intervenuti Platone, Machiavelli e Guicciardini. ¿Può forse la politica avere un’ètica tutta sua, che non scaturisce dalla legge naturale o dal profondo dell’uomo, ma nasce dalla «situazione», dagli interessi del «príncipe» o dalle istanze specífiche dello Stato?

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Vaccino anti COVID-19, riflessione teologica di don Giorgio Ghio

Don Giorgio Ghio nell’adempimento dei suoi doveri di sacerdote cattólico offre la sua riflessioni teológica sulla vaccinazione contro il COVID-19. Chiarisce il valore delle dichiarazioni di papa Francesco sul vaccino e dei pronunciamenti di alcuni òrgani della Santa Sede e tocca rapidamente i seguenti argomenti:

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Come ottenere il perdono di Dio?

La risposta alla domanda Come ottenere il perdono di Dio? ce la offre il capitolo 28 del libro biblico sapienziale del Siracide. L’autore biblico si rivolge ad un popolo che ancora non ha ricevuto il sacramento della riconciliazione, ma la sua risposta è validissima anche per noi cristiani perché ci indica la necessaria disposizione per ricevere il perdono sacramentale. Continua a leggere Come ottenere il perdono di Dio?

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È solo un grumo di cellule?

Un embrione di 8 settimane è solo un grumo di cellule? È solo una appendice del corpo nel quale si è annidato?

Il video sottostante, che ritrae un essere umano di circa otto settimane – in quel preciso periodo di sviluppo della vita umana che fa da spartiacque tra la fase embrionale e quella fetale – sta mostrando al mondo l’umanità degli embrioni. Continua a leggere È solo un grumo di cellule?

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Lettera di Dio agli sposi

Il progetto originario di Dio sugli sposi è stupendo. Per tutti coloro che hanno ricevuto la chiamata al matrimonio, Dio da tutta l’eternità ha pensato un essere simile, di sesso opposto che fosse “carne della mia carne e osso delle mie ossa” (Gen 2,23)  da  affidarci e al quale affidarci. Ha progettato una comunione di amore che potrebbe essere immagine della Santissima Trinità (cfr. Ef 5, 20-33), la quale è infinito amore reciproco, traboccante di gioiosa fecondità. Ho scritto “potrebbe”, perché il condizionale è d’obbligo visto che Continua a leggere Lettera di Dio agli sposi

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L’aborto porterà l’Italia all’auto-aborto sociale

È possibile che l’aborto, legalizzato in italia nel 1978, possa portare l’Italia, come nazione composta da cittadini italiani per nascita e cultura, a scomparire, come se alla nostra nazione venisse praticato un “aborto sociale”? Pare proprio che la cecità o la corruzione dei nostri governanti ci stiano effettivamente portando a questo triste epilogo. Vediamo insieme perché giungo a questa conclusione e cosa possiamo fare per invertire il processo auto-aborto sociale.

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Gesù ammette che si vada in spiaggia in costume?

Il titolo del presente mio articolo è costituito dalla domanda che un giovane lettore mi ha posto al fine di ottenere dalla dott. sa Gloria Polo una risposta. Voleva avere da lei la conferma alla luminosa risposta che, grazie all’innato senso del pudore proprio di ogni essere umano, già si era intuitivamente data nella propria coscienza, ma che ancora non era ferma luce per illuminare i suoi passi. Il suo buon cuore merita una risposta. È necessario, però, premettere che essendo questo argomento di natura sapienziale, la mia risposta potrà essere compresa appieno solo vivendola.

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